dai Bizantini al Quattrocento
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Siamo di Campolo. Questo testo nasce dal desiderio di raccogliere e ordinare quanto storici e archeologi hanno scritto sul territorio in cui viviamo: l’Appennino bolognese tra le valli del Reno e del Setta, con Montovolo, La Scola, Vimignano, e i borghi che li circondano. La storia di questo territorio va molto indietro nel tempo e attraversa stratificazioni diverse. I Templari vi compaiono come un episodio — importante, discusso, ancora oggi oggetto di dibattito storiografico — ma sono un episodio all’interno di una storia molto più lunga. È quella storia più lunga che vogliamo raccontare.
Il crinale tra il Reno e il Setta non ha aspettato il Medioevo per diventare una via di comunicazione. Nel 1962, durante lavori stradali a Burzanella (Camugnano), fu scoperto un ripostiglio di 14 asce in bronzo datato al Bronzo Antico (circa XVI-XV sec. a.C.). Il sito si trovava lungo «un percorso di crinale tra la valle del Reno e quella del Setta, che si stacca all’altezza di Vergato e raggiunge, a sud del lago Brasimone, il passo della Burraia o il valico di Montepiano» (de Marinis, Notizie Archeologiche Bergomensi, 29, 2021). Le analisi del metallo suggeriscono rame di provenienza toscana: gli scambi lungo questo corridoio risalgono dunque ad almeno duemila anni prima del Medioevo. Il percorso che oggi chiamiamo Via degli Etruschi ricalca questo itinerario antico, passando per Grizzana Morandi e collegando Marzabotto con la Toscana.
Su questo crinale, nel comune di Grizzana Morandi, si trova Monteacuto Ragazza: un borgo posto a circa 600 metri tra i due fiumi, in località «Torraccia». La collina domina visivamente il percorso appenninico. Il nome stesso — Torraccia — è diagnostico: in italiano indica invariabilmente i ruderi di una torre. Sulla cima fu scoperto nel 1882, per caso, un santuario etrusco del VI secolo a.C. utilizzato per almeno tre secoli: bronzetti votivi (in realtà errori di fusione), un sostegno in travertino, una base lapidea. I reperti sono oggi al Museo Civico Archeologico di Bologna. Chi saliva su quel colle in età etrusca portava offerte; chi lo avrebbe occupato nei secoli seguenti vi avrebbe costruito una torre.
L’Appennino che divide il bacino padano dal versante toscano non è mai stato una barriera — è sempre stato un corridoio. Nel VI secolo d.C., quando l’impero d’Oriente cercava di tenere l’Italia contro l’avanzata longobarda, quel corridoio diventò una linea di difesa. Il segno più visibile di questa linea sono le Clausurae: grandi muraglioni in pietra arenaria costruiti verosimilmente dopo il 572, quando i Longobardi cominciarono a risalire le valli appenniniche verso Bologna (Bacchi, Collina, Zerbini, Le Clausurae di Sambuca Pistoiese e Stagno, 2015). Ma le Clausurae non erano un muro isolato: facevano parte di un sistema più ampio, con una rete di presidi di guardia e acquartieramento tra i quali potevano rientrare le attuali Torre del Poggio, Torrazza e Scola.
L’antefatto è la discesa longobarda. Occupata Lucca attorno al 572, per circa un ventennio il controllo longobardo rimase limitato alla Tuscia nord-occidentale; la svolta venne nel 593, quando re Agilulfo mosse da Pavia con un poderoso esercito, sfondò la linea bizantina in Valdinievole e occupò la media valle dell’Arno con Pistoia, Fiesole e Firenze, ricacciando i Bizantini al di là dell’Appennino. Privi di forze per contrastare il nemico in campo aperto, i Bizantini si ritirarono sull’alto Appennino e vi organizzarono una linea arretrata di fortificazioni fisse, a difesa della base strategica di Bologna — che in età bizantina valeva ormai soprattutto come piazzaforte militare di frontiera dell’Esarcato.
Ravegnani ha ricostruito come, lungo tutto il fronte appenninico, l’Esarcato di Ravenna avesse progressivamente militarizzato la propria struttura amministrativa: ogni centro, ogni valico, ogni altura diventava parte di un sistema di controllo capillare. Era la risposta a una pressione longobarda continua e mai risolta — e spiega perché le tracce di questa organizzazione siano così diffuse anche nei territori periferici, lontani dai grandi centri dell’Esarcato I Bizantini in Italia, Il Mulino 2004).
Di questo dispositivo, per oltre un secolo noto solo da fonti scritte tarde e dalla toponomastica, dalla fine degli anni Novanta esiste un’evidenza archeologica diretta. Una campagna di ricognizioni condotta da Andrea Magno e Giovanni Millemaci, in occasione dell’inserimento di Sambuca nell’Ecomuseo della Montagna pistoiese, censì un complesso di sbarramenti murari fino ad allora sconosciuti, pubblicati ne Le Valli della Sambuca (1999) e poi riletti nel saggio dal titolo eloquente Le clausurae di Sambuca Pistoiese e Stagno: una maginot bizantina del VI secolo d.C. Si tratta di muri in tecnica «a sacco» — paramenti a secco di scaglie di arenaria e riempimento di terra e pietrame — lunghi fra 33 e 157 metri e larghi fra 2 e 3, che dal crinale discendono verso il fondovalle con i contrafforti rivolti a sud, cioè verso la minaccia. Alle loro spalle, a nord, due fortezze di retrovia: una quadrangolare presso il Poggio La Croce, in località Monte di Castro (toponimo ricordato già nel Liber censuum del 1212), l’altra ellissoidale sul monte La Tosa. Strutture analoghe sono segnalate presso Treppio, in località Gaggio — un microtoponimo dei dintorni di Treppio, da non confondere con Gaggio Montano nella valle del Silla, che è tutt’altra cosa: il termine, dal longobardo gahagi, «chiusa», è seriale in tutto l’Appennino, ed è perciò una spia, non una prova.
La disposizione speculare delle strutture sui due versanti della Limentra ha suggerito agli scopritori la lettura come «chiusa» militare (clausura, nel lessico tardoantico): la prima linea del dispositivo bizantino, ciascun tratto di muro dotato dei propri forti di acquartieramento immediatamente alle spalle. Questa interpretazione entra però in tensione con il modello documentario classico — elaborato da Natale Rauty e Pier Maria Conti — secondo cui proprio le alte Limentre furono la linea avanzata longobarda, presidiata dagli arimanni di Sambuca, Torri e Stagno, contrapposti ai castelli bizantini più a nord, con in mezzo una terra di nessuno larga una ventina di chilometri. Le due ricostruzioni si conciliano probabilmente in chiave di fasi successive: clausurae bizantine erette alla fine del VI secolo a sbarramento delle vallate, poi travolte o aggirate dall’avanzata longobarda, e successivo insediamento arimannico negli stessi luoghi — il che spiegherebbe perché un’opera bizantina sia finita battezzata con un toponimo longobardo come Gaggio. Una ricostruzione plausibile, va detto, non un dato acquisito: la datazione delle clausurae è finora solo tipologica.
I nomi del territorio conservano questa storia. «Stagno» viene dal germanico staina = pietra — non da acque stagnanti. Il toponimo «La Scola» — con la variante documentata nel 1235 «Scolcola» nell’estimo di Vimignano — deriva dal germanico skulk: un tecnicismo militare goto-longobardo che significava posto di guardia, vedetta, nucleo di esplorazione. Zagnoni ne ha tracciato la storia etimologica con precisione: la forma «sculca» (periodo goto-bizantino) e la forma «sculcula» con suffisso diminutivo latino (periodo longobardo) indicano due momenti successivi di uso del termine.
Zagnoni ricostruisce la linea di questo confine storico: dalla zona di Pavullo nel Frignano verso Castelnuovo di Vergato, passando per la zona di Montovolo e Monte Vigese, fino a San Benedetto Val di Sambro e Castel dell’Alpi. Il geografo Giorgio Ciprio, nella sua Descriptio orbis romani — datata tradizionalmente al 600-610 d.C., rivalutata da Petracco (Edizioni dell’Orso) come documento del VII secolo avanzato (663-664 d.C.) — elenca lungo questa linea tre castra imperiali che Conti ha tentato di identificare con località precise (zona di Pavullo, Castelnuovo di Labante, zona di Castel dell’Alpi). Bacchi, Collina e Zerbini (2015), nel loro studio sulle Clausurae, identificano Castelnuovo di Labante con il Kàstron Nobò della Descriptio — non una certezza, ma un’ipotesi ben argomentata. Le altre identificazioni restano ipotetiche.
Vale la pena soffermarsi su un dettaglio terminologico che cambia la prospettiva. Il termine greco kastron, usato da Giorgio Ciprio nella Descriptio, non corrisponde al latino castrum — fortezza militare. Come ha chiarito Lazzari (2005), i kastra della Descriptio sono centri di organizzazione territoriale: raccolgono le comunità locali, reggono il proprio distretto, svolgono le funzioni che in età romana erano proprie del municipium. La maggior parte di questi centri esisteva già prima del conflitto Longobardi-Bizantini — erano strutture comunitarie preesistenti che i due poteri si limitarono a incorporare nel proprio sistema. Tra i kastra maggiori della Provincia Emiliae, quello più vicino al nostro territorio è il Brinton della Descriptio, identificato con il castrum Brento nelle prime pendici appenniniche a sud di Bologna: il successore diretto di Claterna, il municipium romano abbandonato alla fine del IV secolo. La montagna bolognese tra il Reno e il Setta — il nostro territorio — era probabilmente parte di questo distretto (Lazzari, 2005).
Per capire dove si attestasse una seconda linea, basta guardare la carta. Una volta che i Longobardi avevano raggiunto Pistoia, la via verso Bologna passava obbligatoriamente attraverso due corridoi vallivi: la val di Limentra e la val di Reno. Le Clausurae sbarravano il primo; ma la val di Reno restava percorribile, e i due percorsi convergono in un punto solo: la confluenza della Limentra Orientale con il Reno. Chi controlla quel nodo controlla entrambe le vie d’accesso. E quel nodo è dominato dall’alto da Montovolo. La logica difensiva è lineare: se le Clausurae cedono, la seconda linea quasi obbligatoria si trova alla confluenza dei due fiumi — dove i Longobardi avrebbero dovuto comunque transitare prima di sboccare in pianura. Non abbiamo una fonte che lo dica esplicitamente in questi termini, ma la geografia lo impone da sola.
In questa prospettiva, la zona di Montovolo, della bassa Limentra e di Campolo non era la retrovia del sistema delle Clausurae: era la linea su cui si attestò la difesa dopo lo sfondamento longobardo. Quando i Longobardi forzarono i muraglioni della Sambuca, il fronte arretrò su queste alture — che controllavano i valichi e le vie di fondovalle verso Bologna (Bacchi, Collina, Zerbini, 2015; Lazzari, 2005).
Sul crinale Reno-Setta, Palmieri nel 1913 aveva avanzato l’ipotesi che l’asse Montovolo-Vimignano segnasse un «probabile confine dell’Esarcato di Ravenna» (estratto da AMR, s. IV, III, 1913). Zagnoni la riprende e la articola. Il toponimo «Scolcola» a Vimignano — documentato nell’estimo del 1235 e derivato dal germanico skulk (posto di guardia) — è un dato concreto: quel nome indica che in quel luogo c’era un presidio di qualche tipo, in qualche epoca. Se fosse un presidio del limes o qualcosa di successivo, le fonti non lo dicono con certezza. Montovolo si trova su questa stessa linea di confine storico, e la sua posizione dominante sulla vallata era certo rilevante sia militarmente sia religiosamente. Che esistesse un sistema difensivo organizzato dai Bizantini sul crinale, oltre alle Clausurae, resta una suggestione toponomastica, non un fatto provato — ma i nomi parlano.
Il confine locale nel territorio di Vimignano è identificato da Zagnoni nel rio Buono — il torrentello che scorre a poche centinaia di metri da La Scola e segna tuttora il limite tra le parrocchie di Vimignano e Vigo (Zagnoni, 2018). Palmieri documentò nei pressi di questa linea, sulla collina alla cui sommità si trova la Torrazza, una domus Mazzessorum nell’estimo del 1235: un nome oggi scomparso che lui interpreta come corruzione di mazzeriorum — il corpo militare romano-bizantino armato di mazza. Sullo stesso colle Palmieri vide «tracce di antiche costruzioni indicate dal volgo col nome di “torrazza“». Il doppio indizio — Scolcola, Mazzessorum e «torrazza» — suggerisce due presidi lungo la stessa linea di confine, sullo stesso lato del rio Buono.
A valle, alla confluenza della Limentra Orientale con il Reno — dove oggi sorge la Rocchetta Mattei — si trovava Savignano: la continuità strategica di quello sperone è attestata almeno dall’898 d.C. (Placito di Ludovico II); nel XII sec. era nell’orbita dei conti Alberti (diritti di pedaggio confermati da Onorio III nel 1220, Zagnoni 2001); Bologna la conquistò e la distrusse nel 1293. Il sito che Mattei scelse nell’Ottocento aveva già secoli di storia militare.
Sul passato di quello sperone prima del 1200 la tradizione è generosa — un presidio bizantino del VI secolo, poi matildico, poi imperiale — ma va vagliata strato per strato: l’unico dato sicuro è la distruzione bolognese del 1293, mentre buona parte del resto risale all’erudizione ottocentesca fiorita intorno a Mattei, che aveva ogni interesse a nobilitare il suo scoglio. Le fasi, la planimetria del Catasto Gregoriano (1835) e le piste di verifica sono dettagliate nella scheda in appendice.
Savignano e La Scola formavano probabilmente un sistema coordinato su due quote diverse. Savignano controllava il fondovalle: il guado, il ponte sul Limentra, il punto in cui la Via Sambucana — l’asse logistico che collegava Bologna a Pistoia risalendo il Reno e il Limentra — si incrociava con la viabilità fluviale verso Bologna. Chi teneva Savignano decideva se i rifornimenti passavano o no. La Scola teneva il crinale sovrastante: dalla sua posizione dominante si vedeva lontano in tutte le direzioni, e dal nome — sculca, posto di guardia — si deduce che il suo compito fosse esattamente l’avvistamento e la segnalazione. Una torre di guardia sul crinale, un presidio di controllo sul fondovalle: è uno schema difensivo coerente, strutturato in profondità. Non abbiamo documenti del VI-VII secolo che lo attestino esplicitamente per questo sito specifico, ma la toponomastica e la geografia lo rendono la ricostruzione più plausibile.
La domanda che segue è naturale: se il sistema era così solido, perché cede nel 727 d.C.? La risposta è in gran parte politica, non militare. Quell’anno l’imperatore Leone III ordina la distruzione delle immagini sacre. Il Papa rifiuta. Le popolazioni dell’Esarcato — comprese le guarnigioni di frontiera — si rivoltano contro Ravenna e Costantinopoli. Il re longobardo Liutprando si presenta non come invasore, ma come difensore del Cattolicesimo. I soldati che presidiano le valli del Limentra e del Reno si trovano improvvisamente senza un referente politico chiaro: la crisi iconoclasta ha dissolto dall’interno la lealtà che teneva in piedi il sistema. Il limes non viene sfondato — viene abbandonato.
La mossa militare di Liutprando è conseguente: non attacca in montagna, dove i Bizantini hanno il vantaggio del terreno. Aggira l’intero sistema appenninico dilagando da ovest, dal Modenese verso il Bolognese. Paolo Diacono, nella Historia Langobardorum (libro VI), elenca con precisione le fortezze che cedono in rapida successione: Castrum Persiceta (l’attuale San Giovanni in Persiceto), Monteveglio, Ferroniano, Verabulo, Buxo. Sono le fortezze di pianura e di prima collina che controllano il fianco ovest della valle del Reno — il fianco che il sistema appenninico non poteva proteggere. A quel punto, i presidi montani del Reno e del Limentra si trovano accerchiati alle spalle, tagliati dai rifornimenti, privi di senso strategico. Bologna cade perché il suo filtro difensivo occidentale e montano è stato aggirato, non perché sia stato espugnato. Le Clausurae, le torri di avvistamento, i forti della media valle: tutto il sistema che aveva retto per oltre un secolo viene reso inutile in pochi mesi, non da un’armata in marcia lungo la Limentra, ma da una crisi politica e da una manovra in pianura.
Con la conquista di Ravenna da parte di re Astolfo, nel 751, l’alto Appennino perse ogni rilevanza strategica e cessò la funzione militare degli stanziamenti arimannici. Ma i discendenti degli antichi exercitales continuarono ad abitare le vallate e a godere collettivamente delle terre fiscali, dando origine alle consorterie di «Lambardi» documentate nei secoli XI e XII: è la radice di buona parte delle signorie locali di cui si dirà nei capitoli seguenti.
La Via Sambucana merita una menzione a parte. Non era una strada lastricata in stile romano, ma un fascio di percorsi di crinale e di fondovalle — i viandanti preferivano i crinali per evitare le imboscate nei fondovalle boscosi e le frane dell’Appennino (Palmieri la descrive come via di traffico e pellegrinaggio già nell’Alto Medioevo). Lungo questo asse sorsero ospizi e luoghi di culto, punti di sosta e di rifornimento che nell’Alto Medioevo servivano le pattuglie militari e nei secoli successivi accolsero i pellegrini verso Pistoia, dove è conservata l’unica reliquia di san Giacomo fuori da Santiago de Compostela. Il passaggio da via di frontiera militarizzata a itinerario di pellegrinaggio non è una rottura: è la stessa infrastruttura che cambia funzione.
Il confine tra Toscana longobarda ed Emilia bizantina non scompare con i Longobardi: cambia nome e si sposta di poco, diventando il limite tra il Ducato di Toscana e lo Stato della Chiesa. Per secoli questo crinale è una frontiera viva, presidiata e contesa. Arturo Palmieri, nella sua Montagna Bolognese del Medio Evo (Arnaldo Forni Editore), descrive un territorio percorso da traffici, segnato da pievi, ospitali e fortilizi, al centro di competizioni tra poteri locali e grandi istituzioni ecclesiastiche. Le vie che attraversavano l’Appennino erano anche vie di pellegrinaggio, commercio e movimento militare: chi controllava i nodi di questo reticolo esercitava un potere reale sul territorio.
Prima ancora che i Panico dominassero il territorio, il crinale era presidiato da famiglie signorili minori che Renzo Zagnoni ha studiato e documentato («I signori di Stagno e le signorie minori nell’Appennino fra Bologna e la Toscana», Atti convegno Perugia 2019). Tre consorterie minori, attive tra il X e il XII secolo, esercitavano una vera e propria «Passpolitik»: il controllo dei passi montani e delle vie di comunicazione, con riscossione di pedaggi come principale entrata.
La famiglia più importante era quella degli Stagnesi, documentata dal 982, con castelli a Stagno, Badi, Torri e Treppio nella Limentra Orientale — esattamente la stessa zona delle Clausurae. Il loro castello di Stagno si trovava «nel punto in cui i dolci declivi argillosi lasciano spazio ai territori più scoscesi caratterizzati dall’arenaria» — la stessa pietra con cui erano costruite le Clausurae. Più a sud, nel Brasimone, operava la stirpe dei Gisolfi delle Mogne: il loro castello sorgeva su un «ripido crinale arenaceo» dove oggi si trova il santuario della Madonna delle Mogne (XVII sec.), costruito sulle fondamenta dell’antica dimora signorile, ancora parzialmente visibili sotto la costruzione. Lo studio archeologico di Sara Bini (2009) colloca le origini del fortilizio nel X-XI secolo, in pieno periodo canossano, e riconosce nelle murature in arenaria della sagrestia dell’oratorio sorto sui ruderi i resti più antichi ancora leggibili; più volte raso al suolo da Bologna, il castello fu definitivamente abbandonato attorno alla metà del Quattrocento.
Sul crinale secondario tra il Brasimone e il Reno, «poco a nord di Montovolo», sorgeva il centro abitato che oggi chiamiamo Monteacuto Ragazza. Nelle carte più antiche (fino al 1130) si chiama «curtis de Arcatia»; dal 1130 compare il toponimo «castro Monte Acuto». Era un castello vero, con la sua famiglia signorile: la stirpe di Rigizone, documentata dal 1084 al 1182 in quattro carte. Rigizone ne è il capostipite; nel 1084 un suo discendente vende un «manso in Arcatia» per 35 soldi lucchesi. Zagnoni (1995) precisa che questi piccoli signori «probabilmente erano i discendenti di lambardi di origine longobarda, stanziati in un territorio che fino al secolo XII fece politicamente parte della iudiciaria pistoiese» — il che li collega direttamente al mondo longobardo che strutturava il territorio dalla fine del VI secolo. Il castello di Monteacuto Ragazza esisteva dunque già nel XII secolo — e si trovava sulla stessa collina dove, otto secoli prima, il santuario etrusco era stato costruito sulla cima chiamata «Torraccia». Il nome non è un caso: era davvero una torre.
Su tutte queste signorie locali si stagliava, fra XI e inizio XII secolo, la grande potenza territoriale dei Canossa. Matilde di Canossa (1046-1115) — la contessa nella cui rocca, nel 1077, l’imperatore Enrico IV attese in penitenza il perdono di papa Gregorio VII — dominava un vasto territorio a cavallo dell’Appennino e fu protagonista della lotta per le investiture al fianco del papato. Avendo possessi e interessi su entrambi i versanti, la contessa aveva bisogno di tenere aperti e presidiati i valichi: Zagnoni ha documentato la sua protezione sui due itinerari paralleli che collegavano Bologna a Pistoia — quello del passo della Collina (valli del Reno e della Limentra Occidentale) e quello della Limentra Orientale, che faceva capo all’abbazia di San Salvatore della Fontana Taona. I due percorsi, salendo da sud, convergevano proprio nella zona di Savignano, dove la Limentra si getta nel Reno: la conferma documentaria del valore strategico di quel nodo già nell’età matildica.
In questo territorio Matilde ebbe anche possessi diretti, ereditati dal padre Bonifacio: nel 1118 l’imperatore Enrico V, trovandosi «in loco Bombiano» (Bombiana), emise un banno a favore dell’ospitale di San Michele della Corte presso il Reno, in terra «ex matildica». E i grandi vassalli della contessa in queste montagne erano le famiglie che già conosciamo: i Corvoli del Frignano (poi Montecuccoli, signori di Roffeno) e gli Stagnesi. Uberto di Stagno figura tra i fedeli di primo piano elencati negli atti matildici del 1098, accanto al conte Alberto di Sabbioneta e a uno dei Guidi di Modigliana: gli Stagnesi che presidiavano la Limentra Orientale erano dunque vassalli della gran contessa. E molti luoghi del nostro territorio — Monteacuto Ragazza, Bargi, Le Mogne, la Rocca di Vigo, Casio, Torri — compaiono un secolo dopo, nel 1220, tra i beni dell’eredità matildica confermati da papa Onorio III al conte Alberto di Prato. La tradizione che vuole la rocca di Savignano una delle fortezze «Lungoreno» di Matilde, con il custode Lanfranco da Savignano, va presa con la prudenza dovuta a una fonte divulgativa (i dettagli nella scheda in appendice); ma il quadro documentario mostra che questo Appennino fu, a pieno titolo, terra matildica.
La rete dei valichi era tenuta insieme anche da una fitta presenza monastica toscana. Zagnoni ha mostrato come quattro grandi abbazie vallombrosane della diocesi di Pistoia — San Salvatore della Fontana Taona, San Michele in Forcole, Santa Maria di Montepiano e San Salvatore di Vaiano — estendessero, fra XI e XIII secolo, la loro influenza e i loro possessi sul versante nord dell’Appennino fino a quella stessa linea che, partendo da Labante in val d’Aneva, passava per Montovolo e arrivava verso San Benedetto Val di Sambro: di nuovo il confine altomedievale, ora ridisegnato in chiave ecclesiastica. È un punto da maneggiare con precisione: le chiese di Montovolo non furono mai vallombrosane — dipesero sempre dal Capitolo di San Pietro di Bologna (Zagnoni, 2011) — ma la spinta dei monasteri toscani arrivava fin sulla loro soglia, segno che il vecchio limes continuava insieme a separare e a mettere in contatto due mondi.
La storia documentata di Montovolo come luogo di culto cristiano è complessa. I documenti più antichi che citano una chiesa sulla cima — a partire da quello del 1054 che attribuisce a vescovo Adalfredo la donazione ai canonici di San Pietro — sono in gran parte considerati falsi o interpolati dalla critica moderna (Zagnoni, 2011). Il primo documento autentico è del 1129 (papa Onorio II). Il nome «Montovolo» compare per la prima volta nel 1168 (papa Alessandro III: «ecclesiam Sancte Marie in Montovalo»); la derivazione del nome è incerta. Nel 1211 la lunetta della porta della chiesa porta l’iscrizione «A(nno) MCCXI R(egnante) O(thone) I(m)P(eratore)». Nel 1241 la chiesa subisce un incendio; Zagnoni lo colloca nel contesto della guerra contro Federico II, senza precisarne le cause. Le chiese dipendevano dal Capitolo di San Pietro.
La cripta, portata alla luce intorno al 1925, è il residuo più antico del complesso. Si tratta di ciò che resta della chiesa protoromanica originaria, anteriore all’incendio del 1241: una struttura a tre absidi semicircolari, con capitelli e mensole decorati da motivi simbolici — animali mitici, simboli cristologici, rilievi geometrici — che gli storici dell’arte attribuiscono a una tradizione di «stampo bizantino-ravennate» (Zagnoni, 2011). La datazione prevalente colloca la struttura tra il X e l’XI secolo. La lunetta del portale, datata 1211, è un elemento della prima chiesa scampato al rogo.
Gli scavi documentati dalla fotografia furono condotti dall’archeologo Tiziano Trocchi, incaricato di verificare se sotto la cripta si conservassero tracce di strutture più antiche o reperti di epoche diverse. L’esito, riferito al convegno tenuto a Montovolo dal gruppo di studi «Nuèter», fu netto: nell’interrato non emerse nulla, soltanto terra mista a macerie; il fondo non è pavimentato, la roccia affiora e la muratura vi poggia direttamente, senza una vera fondazione. Il dato è raccolto e discusso dal geom. Ottorino Gentilini — progettista e direttore dei lavori della strada Campolo-Montovolo — nel volume Montovolo. Monte Sacro.
Il volume riporta la tesi esposta al convegno: «La cripta è ciò che rimarrebbe della primitiva Chiesa cristiana salvatasi dal crollo e sulla quale poi avrebbero costruito l’attuale presbiterio, non sarebbe una porzione dell’impianto originario, bensì il risultato della raccolta dei reperti scelti fra le macerie della precedente Chiesa crollata e ricomposti lì dove sono oggi, con l’intento di lasciare la testimonianza della costruzione sacra precedente. La parte di muratura mancante fu lasciata così, perché i maestri muratori di allora non avrebbero trovato tutto il materiale antico per completare i muri».
La tensione tra Bologna e Pistoia per il controllo di queste valli emerge con precisione da un documento del 1200. Il 18 giugno di quell’anno, a Badi, nella bassa val di Limentra, il vescovo di Lucca emanava un lodo arbitrale tra il vescovo di Bologna e il Comune di Pistoia: i Pistoiesi avevano danneggiato le chiese dipendenti dalla diocesi bolognese, i «maggiori punti di forza della presenza bolognese nel territorio montano». Fra i principali possessi episcopali citati nel testo figuravano Bombiana, Monte Vigese e Montovolo: era la prima volta che Montovolo compariva esplicitamente in un documento di controversia politica tra le due città. Il territorio circostante — Bargi, Badi, i castelli della Limentra — veniva definito «infra episcopatum bononiensem, iudicaria pistoriense»: ecclesiasticamente Bologna, politicamente Pistoia. Questa doppia giurisdizione era la diretta sopravvivenza del confine longobardo-bizantino: quattro secoli dopo la caduta del limes, la stessa linea continuava a separare due mondi (Zagnoni, 2013).
La vita delle comunità che abitavano questo territorio emerge dai documenti a partire dal XII-XIII secolo. Vimignano — che nelle carte medievali si chiama «Arviliano» — aveva già nel 1235 un proprio console: l’estimo di quell’anno registra «Giacomino del fu Beltrame, consul hominum de Arviliano». È la stessa località che aveva ospitato la Scola/Sculca dei Bizantini, ora trasformata in un comune rurale con le sue istituzioni. Il percorso da insediamento militare a comunità organizzata si compie nel giro di pochi secoli.
Tra il XII e il XIV secolo il territorio attorno a Montovolo è dominato dai Conti di Panico, la grande famiglia ghibellina che controlla l’Appennino bolognese. La loro signoria si estendeva su un territorio vasto, con possessi lungo tutta la valle del Reno, e rami della famiglia presenti in più località: Palmieri cita tra i banditi del 1307 i figli di Maghinardo da Panico ma anche di «Maghinardo da Monteacutoragazza» — un ramo della famiglia che aveva sede a Monteacuto Ragazza, lo stesso borgo del crinale Reno-Setta che appare nel sistema difensivo ancora nei secoli precedenti.
Sull’origine della famiglia la storiografia registra due ipotesi. Secondo la tradizione raccolta dalla Treccani, i Panico discendevano dai conti di Bologna dei secoli X-XII, che a loro volta derivavano da Bonifacio, duca di Spoleto (922-929). Adelberto risulta conte di Bologna nel 981, negli anni di Ottone II — una carica nell’orbita stretta dell’Imperatore. Nel 1068 il conte Alberto assunse il titolo di «conte di Panico»: lo spostamento dalla contea cittadina al feudo montano non fu necessariamente una retrocessione — nell’XI secolo controllare i valichi appenninici valeva quanto presiedere a una Bologna ancora di modesta consistenza. Natale Rauty nel 1992 ha proposto invece un’origine dagli Stagnesi (Zagnoni, 1997) — il che li collegherebbe agli eredi degli exercitales della Limentra Orientale. Le due ipotesi non si escludono necessariamente.
L’estensione del feudo è documentata da un diploma formale: nel 1221 il legato imperiale Corrado di Metz confermò ai Panico il possesso di Panico, Sirano, Malfolle, Ignano e altre tredici località, con le relative giurisdizioni su terre e vassalli. Era un dominio di scala significativa per l’Appennino bolognese, radicato nel campo imperiale ghibellino contro l’espansione del comune bolognese (Treccani).
Il dominio dei Panico si articolava in diversi rami e castelli. Zagnoni (1997) documenta un ramo insediato a Confienti — borgata in val di Setta «a non molta distanza da Lagaro lungo il contrafforte che scende da Montovolo» — attivo almeno dal XII al XIV secolo. Come a Montovolo, anche qui la famiglia univa controllo militare e potere ecclesiastico: il conte Ranieri era arciprete di San Pietro di Sambro, e la famiglia aveva il diritto di nominare l’arciprete di Calvenzano documentato almeno dal XIII secolo. La pieve «di famiglia» era San Lorenzo di Panico, ancora oggi riconoscibile nella sua origine romanica.
Il termine «ghibellino» applicato ai Panico va però inteso con precisione. L’allineamento imperiale era strutturale — erano stati conti per nomina imperiale dal 981 — ma in pratica significava soprattutto una cosa: opporsi a Bologna, che era guelfa. La fedeltà all’Impero non era però assoluta né uniforme: nel 1243 tre esponenti della famiglia furono giustiziati a Verona per aver congiurato a favore dei guelfi contro Ezzelino da Romano; nel 1274, durante i tumulti tra Geremei (guelfi) e Lambertazzi (ghibellini) a Bologna, la famiglia era spaccata — con Maghinardo I a difendere la porta per i guelfi e Ugolino a tenere il serraglio di Saragozza per i lambertazzi (De Griffonibus; Ghirardacci). «Ghibellino» è un’etichetta comoda, non un programma politico coerente: i Panico cambiavano campo quando cambiavano le convenienze.
Un caso emblematico è quello di Ugolino da Panico, fratello della contessa Capuana — moglie del Conte Ugolino della Gherardesca, il personaggio dantesco del Canto XXXIII dell’Inferno. Nel 1296, appena dieci anni prima della rivolta definitiva, Ugolino ricopriva la carica di capitano delle montagne per conto del Comune di Bologna, guidando una spedizione militare nel Frignano in cui furono prese Montese, Monteforte e altri castelli (Corpus Chronicorum Bononiensium, 1296). Nello stesso anno ottenne per i nipoti la cittadinanza bolognese. La famiglia contro la quale i Bolognesi avrebbero bruciato la Torre Cavallina, e che avrebbe resistito nove mesi a Cantaglia, era, nel 1296, un braccio operativo del Comune che poi avrebbe combattuto. I Panico non erano nemici strutturali di Bologna: erano negoziatori di una posizione di potere sempre in bilico (Zagnoni, 2009).
La rettoria di Montovolo era già nell’orbita della politica ecclesiastica bolognese ben prima che i Panico vi insediassero il loro canonico. Nel 1264 Zagnoni documenta che il rettore di Santa Maria di Montovolo era Bernardo Bottoni di Parma, professore di diritto canonico e canonico della cattedrale di Bologna, nominato senza obbligo di residenza (Zagnoni 2011). Nello stesso anno Bottoni nominò un procuratore per difendere i diritti della chiesa contro l’abbazia di Montepiano, che avanzava pretese di giurisdizione. Non era un parroco locale ma un uomo di potere ecclesiastico; la rettoria era già un beneficio di rango, conteso tra interessi forti.
Il tentativo dei Panico di controllare Montovolo non si limitò alla sfera militare. Nel 1266 Giacomuccio da Panico — membro della casata, il cui nome è forma medievale di Giacomo — tentò di sottrarre al Capitolo di San Pietro la rettoria della chiesa. Non era ancora il Canonico Iacopo, il rettore del 1300 che come si vedrà teneva anche la Torre Cavallina; era un tentativo più grezzo, legale e diretto. La vicenda è documentata in una «lunghissima pergamena arrotolata» studiata da Zagnoni, che la definisce «l’unico caso a noi noto di un tentativo di togliere la chiesa dalla dipendenza del capitolo»: il Capitolo resistette e la rettoria rimase di sua pertinenza. La pressione della famiglia su Montovolo era però sistematica — militare, patrimoniale, ecclesiastica: non era solo un santuario, era un nodo di potere.
Il legame dei Panico con Montovolo non fu solo militare e giurisdizionale. Durante il periodo del loro rettorato, tra fine Duecento e inizio Trecento, fu aggiunto all’ingresso del santuario un avancorpo in stile gotico, poi andato perduto. Di quell’avancorpo sopravviveva fino all’Ottocento uno stemma che per lungo tempo venne erroneamente interpretato come appartenente ai Pepoli — un equivoco che ha alimentato una serie di attribuzioni errate successivamente chiarite dalla ricerca storica. Lo stemma era dei Panico: il leone scaccato con rosa documentato da Ghirardacci nei capitelli della pieve di Panico, la chiesa capostipite della famiglia.
I Panico avevano costruito un sistema di controllo capillare sul monte. Monte Cantaglia — uno degli speroni rocciosi di Montovolo, ancora oggi riconoscibile nella topografia come cima adiacente al santuario, secondo il Palmieri, ospitava quella che le fonti chiamano «Rocca bruna»: una fortezza agguerrita, ora quasi inaccessibile, della quale Palmieri dice che rimangono tracce. Sul dorso del monte, più in basso, a lato della chiesa di Vimignano, sorgeva la Torre Cavallina: il presidio di Campolo, un valido punto di osservazione sulla vallata del Reno e sulle vie di fondovalle. Era collocata su un cucuzzolo accessibile. I suoi ruderi sono ancora oggi chiamati dai paesani «Torrazza» (Palmieri lo annota esplicitamente; Zagnoni lo conferma: «i ruderi che gli abitanti di Campolo chiamano la Torrazza, che si trova a poca distanza dallo stesso paese e dalla chiesa di Vimignano»). La torre era tenuta dal Canonico Iacopo dei Conti di Panico, che era al tempo stesso rettore della chiesa di S. Maria di Montovolo nel 1300 (Sella, La diocesi di Bologna nel 1300). Una sola persona controllava il presidio militare e il complesso religioso.
Sul nome e sulle origini della Torre Cavallina prima del Duecento la letteratura tace quasi del tutto. Il nome stesso ammette più letture — dai cavallari, i corrieri a cavallo del Comune; da un uso fondiario; o da un cognome — e per il periodo anteriore al 1200 non c’è attestazione, solo la coerenza topografica con la rete di vedette fra Montovolo, Poggio, Campolo, La Scola e Savignano. Un saggio del 1983 (AA.VV., La montagna sacra, Grizzana) invita alla cautela non sulla fortezza in sé — la «Torre Cavallina» assediata e incendiata dai Bolognesi è documentata dalle cronache trecentesche, Griffoni in testa — ma sull’identificazione del sito: il toponimo «Cavallino», che Palmieri usa per indicare la collina dei ruderi, non compare come tale negli estimi più antichi ed è documentato solo da fine Cinquecento, dal soprannome di un abitante del luogo (Lorenzo il Vella, alias Cavallino), i cui discendenti presero poi il cognome Cavallini. Il nome della fortezza medievale e il toponimo moderno della collina potrebbero quindi non coincidere fin dall’origine. Cavallino esiste tuttora come frazione, ai piedi dello sperone su cui sorge la torre. Le ipotesi sul nome e le piste di verifica sono raccolte nella scheda in appendice.
I Panico operavano in un territorio dove esistevano già altre famiglie signorili. Quando la guerra con Bologna esplose, gli Stagnesi scelsero di campo: «si schiararono a fianco dei Da Panico e ne accolsero un gruppo nel castello avito di Stagno» (Zagnoni). È per questo che i Panico nel 1307 erano a Stagno — erano ospiti degli Stagnesi, alleati ghibellini.
I Panico non erano i soli signori di questo tratto di Appennino. La linea mediana del crinale era segnata da una serie di fortezze sotto famiglie diverse, spesso tra loro alleate o intrecciate. Casio — «capitale della Montagna medioevale» — era sotto la signoria degli Stagnesi, gli stessi che nel 1306-1307 ospitarono i Panico in fuga (Zagnoni, 2012). Savignano, sulle cui rovine troneggia oggi la Rocchetta Mattei, era possesso albertino, con diritti di pedaggio documentati almeno dal XII secolo (Zagnoni, 2001 e 2012). Pietracolora — il «castello montano di Predacolora» delle fonti — era invece Panico: Ranieri da Panico lo teneva per parte lambertazza nel 1276, finché i Bolognesi lo presero d’assedio (De Griffonibus; Ghirardacci). Castel nuovo di Labante ricade nell’orbita Panico: fu distrutto dai Bolognesi nella stessa campagna del 1306. La Rocca di Vigo («una delle prime a sottomettersi ai bolognesi»), la Rocca Pitigliana, la Torre di Africo in località Castellaccio e Montecavalloro completavano il sistema senza che le fonti disponibili permettano di attribuirle con certezza a singole famiglie. Un controllo capillare che copriva ogni nodo viario del territorio, gestito da famiglie diverse ma convergenti verso gli stessi interessi ghibellini.
Mentre i signori ghibellini si contendevano le rocche, la Chiesa costruiva un sistema devozionale di straordinaria efficacia che avrebbe dato a Montovolo un significato spirituale destinato a durare.
La Bologna medievale era già sede di una topografia sacra di tradizione antichissima. Il complesso di Santo Stefano — le cosiddette Sette Chiese, il cui impianto risale almeno all’alto Medioevo — riproduceva per imitazione la topografia dei luoghi della Passione di Gerusalemme: il fedele poteva ripercorrere le stazioni del Cristo senza affrontare i pericoli del viaggio in Palestina. Non era solo un atto religioso: era una costruzione identitaria deliberata, che legava Bologna a Gerusalemme e faceva della città un polo di pellegrinaggio alternativo.
È in questo clima culturale che si colloca l’interpretazione sinaitica di Montovolo — che nasce però come sistema autonomo, fondato sulla conformazione fisica della montagna stessa. La ragione formale dell’assimilazione è precisa (Zagnoni, 2011): il massiccio presenta una duplice cima — Montovolo e Monte Vigese — come il Sinai biblico; il piano del santuario corrisponde al pianoro su cui sorge il monastero sinaitico; il balzo roccioso di Santa Caterina richiama le pareti verticali del Sinai; e la dedica dell’oratorio a Santa Caterina d’Alessandria richiama direttamente il monastero del Sinai dove la santa è venerata.
Se la tradizione popolare finì per collegare i due sistemi — e vi è traccia di una voce che faceva di Montovolo il completamento sinaitico della Gerusalemme bolognese — si trattava più probabilmente di un’associazione spontanea che di un progetto deliberato. Non un sistema coordinato, dunque, ma due risposte indipendenti alla medesima spinta devozionale dei secoli crociati.
Al centro della storia di Montovolo come Sinai stanno i crociati, non la città. L’oratorio di Santa Caterina fu costruito nella prima metà del Duecento, probabilmente dopo che molti bolognesi tornarono dalla Quinta Crociata (1217-1223) e dall’assedio di Damietta — luogo geograficamente prossimo al Sinai reale, con le sue due cime di Mosè e di Santa Caterina. Zagnoni usa il condizionale: «probabilmente» — la prima citazione documentaria della chiesa è molto tarda (1406). Erano questi uomini che conoscevano fisicamente quella geografia sacra, che avevano visto le due cime, il monastero, le rocce verticali. Il loro ex voto non fu la replica di un sistema bolognese, ma il trasferimento di una memoria diretta.
Nello stesso periodo il culto di Santa Caterina si diffuse in tutta Bologna: il monastero agostiniano di Santa Caterina di Quarto, quello vallombrosano di Santa Caterina di Strada Maggiore, la chiesa di Santa Caterina di Saragozza. Era un culto dei reduci e delle élite crociate — non un culto popolare di massa — e Montovolo ne fu il polo più remoto e suggestivo, l’unico che si potesse sovrapporre fisicamente al paesaggio del Sinai.
Bologna massonica (a cura di Giovanni Greco, 2ª ed., CLUEB), nel capitolo di Franco Ventura dedicato ai Templari, ricostruisce la storia dell’Ordine a Bologna. La Magione si trovava in Strada Maggiore (tra via Torleone e vicolo Malgrado), attestata almeno dal 1213 (lettera di Innocenzo III alla «domus milites templii»), probabilmente sorta nella seconda metà del XII secolo. Accanto alla chiesa si ergeva la torre della Magione, spostata «intera» di tredici metri dall’architetto Aristotele Fioravanti nel 1455, su ordine del commendatore Achille Malvezzi, e demolita nel 1825 da Luigi Aldini. Sopravvive ancora la cosiddetta Sala dei Cavalieri.
Nel 1307, all’apertura del processo contro l’Ordine, nella Magione di Bologna erano rimasti solo due Templari, bolognesi di nascita: Bartolomeo Tencarani (o Tencari) e Alberto Arienti. Furono loro, assieme a Templari di altre Magioni dell’Emilia-Romagna, ad affrontare il processo, svoltosi a Ravenna nel 1313, sotto l’arcivescovo Rinaldo da Concorezzo, che rifiutò la tortura e andò contro le pressioni papali: furono tutti pienamente assolti. A Bologna la sentenza fu letta pubblicamente e i due Templari dovettero giurare in pubblico la loro completa innocenza: numerosi religiosi e cittadini di rilievo andarono a deporre in loro favore. Con la bolla Ad Providam del 1312 Clemente V trasferì i beni dell’Ordine ai Cavalieri Ospitalieri di San Giovanni: la Magione di Bologna ne divenne prima una residenza secondaria, poi, dal 1390, la sede centrale a Bologna.
Renzo Zagnoni ha esaminato filologicamente le attribuzioni templari che circolano su questo territorio (Dove i Templari non sono mai stati, «Nùter», 2016). Le chiese di Montovolo dipesero fin dalle origini, nell’XI secolo, dal Capitolo di San Pietro di Bologna, e non furono mai condotte né dai Vallombrosani né dai Templari. Quanto alla croce scolpita nella lunetta di Santa Maria della Consolazione — citata da Giampiero Bagni come possibile «croce patente templare» — Zagnoni nota che una semplice somiglianza formale non prova nulla: è una croce tout court.
A Montovolo si conserva però un oggetto che con i Templari è stato messo in relazione. Poco più in alto della chiesa di Santa Caterina sorgeva un vecchio oratorio costruito con macigni squadrati, oggi scomparso: vi si venerava un piccolo crocifisso finemente scolpito in un macigno durissimo e non locale, protetto in origine da una ferriata. La croce è latina, con le estremità dei bracci trilobate, lavorata a bassissimo rilievo; sul recto il Cristo sorge da un coacervo di massi che vale insieme il Calvario e lo stesso irregolarissimo Montovolo, e più in alto il pellicano nutre i piccoli nel nido, su un ramo germinato dall’albero stesso della croce. Rovinato l’oratorio, la croce fu messa al riparo: l’originale è oggi conservato a Riola, mentre nella chiesa di Santa Maria di Montovolo si trova una copia, il cui verso è completamente liscio.
È il verso dell’originale a portare l’elemento che ha attirato l’attenzione. All’incrocio dei bracci, entro un motivo quadrilobato, è abbozzata a minimo rilievo una testa di Cristo aureolata: un volto reso come su un panno, con i grandi occhi spalancati e l’aureola inscritta dalla croce. Roberto Neri (Il piccolo Crocifisso in macigno di Montovolo, «Rob ricerche», 2024) vi riconosce l’iconografia del Mandylion — l’immagine acheropita del volto di Gesù, «non dipinta da mani d’uomo», custodita a Edessa, trasferita a Costantinopoli nel 944 e scomparsa col saccheggio della città nella Quarta Crociata (1204) — e richiama l’ipotesi, formulata da Ian Wilson nel 1978, che fossero i Templari a custodire quel telo dopo il 1204 e fino allo scioglimento dell’Ordine. Nella lettura di Neri gli occhi aperti e l’assenza dei segni della Passione fanno del volto un’immagine del Cristo glorioso risorto, e l’aureola crociata la memoria della Passione: l’icona diventa così un simbolo della Resurrezione attraverso la Passione.
Della fattura del crocifisso — chi lo scolpì, quando e dove — non si sa nulla; l’oggetto è però attestato fin dal Quattrocento.
Dopo la pubblica ammenda i due ultimi Templari cercarono di farsi dimenticare: Alberto Arienti sotto la protezione della sua potente famiglia, Bartolomeo Tencarani ritirandosi a Montovolo, dove visse quasi da eremita fino alla fine dei suoi giorni. È lui l’ultimo templare della Magione bolognese, e a Montovolo si fece seppellire. Negli anni Ottanta del Novecento, quando il parroco fece ristrutturare la foresteria dell’antica chiesa, nel pavimento del locale di ristoro e vendita di souvenir riaffiorarono delle ossa, già in precedenza riesumate e raccolte con il dovuto rispetto: furono lasciate sul posto, ma su una mattonella della nuova pavimentazione fu incisa una croce, «affinché non fosse più dimenticata quella tomba, quasi sicuramente dell’ultimo templare di Bologna» (Franco Ventura, I Templari a Bologna, in Bologna massonica). Ventura stesso avvertiva che, non essendone rimasta memoria scritta, un futuro rifacimento del pavimento avrebbe potuto cancellare il segno: la mattonella ha resistito almeno fino al restauro del pavimento, condotto intorno al 2008 sotto la direzione del geom. Giorgio Pisi.
Un sopralluogo compiuto dagli autori ha però permesso di appurare che quel restauro ha sostituito il vecchio pavimento con uno nuovo, senza che si abbia notizia del ritrovamento di una piastrella contrassegnata da una croce: il segno di cui parlava Ventura sembra dunque perduto.
Pare tuttavia che presso la chiesa di Riola siano conservate ossa emerse dal restauro, che non si è riusciti ad attribuire; e vale la pena ricordare che, fino all’età napoleonica, i luoghi sacri e le loro adiacenze furono considerati luogo di elezione per le sepolture.
The Mountain Tomb
Pour wine and dance if manhood still have pride,
Bring roses if the rose be yet in bloom;
The cataract smokes upon the mountain side,
Our Father Rosicross is in his tomb.
Pull down the blinds, bring fiddle and clarinet
That there be no foot silent in the room
Nor mouth from kissing, nor from wine unwet;
Our Father Rosicross is in his tomb.
In vain, in vain; the cataract still cries;
The everlasting taper lights the gloom;
All wisdom shut into his onyx eyes,
Our Father Rosicross sleeps in his tomb.
W.B. Yeats, 1912
La tomba della montagna
Versate vino e danzate se l’uomo ha ancora orgoglio,
portate rose se la rosa è ancora in fiore;
la cascata fuma sul fianco della montagna,
Padre Rosacroce è nella sua tomba.
Abbassate le imposte, portate violino e clarinetto,
che non vi sia piede silenzioso nella stanza,
né bocca priva di baci, né asciutta dal vino;
Padre Rosacroce è nella sua tomba.
Invano, invano; la cascata ancora grida;
il cero perenne illumina le tenebre;
tutta la saggezza chiusa nei suoi occhi d’onice,
Padre Rosacroce dorme nella sua tomba.
Negli stessi anni in cui a Ravenna si processavano i Templari, il Comune di Bologna conduceva una campagna militare decisiva contro i Conti di Panico, gli stessi che controllavano Montovolo e la Torre Cavallina.
Palmieri ricostruisce la sequenza in due tempi distinti. In una prima spedizione — probabilmente il 1305, anche se la data non è precisata nelle cronache — il Comune manda Tommaso Ramponi con le sue truppe a bruciare i nidi ribelli. I Bolognesi bruciano la Torre Cavallina, cadendo poi in un’imboscata tesa dai Panico presso Sasso di Glossina, nell’odierno comune di Sasso Marconi. Tommaso Ramponi, il Capitano della Montagna Muccino di Moscacchia e altri nobili caddero. È una vittoria dei Panico — ma breve: la notizia della sconfitta raggiunge Bologna e il Comune prepara la risposta.
L’imboscata avvenne tra il Rio Maggiore e il Sasso di Glossina. L’antica Porrettana, come la moderna, attraversava il Rio Maggiore sul ponte di Paganino, così chiamato da Paganino dei conti di Panico, che lo fece costruire. Non sappiamo se all’epoca della battaglia il ponte fosse già stato costruito; è però probabile che l’agguato sia scattato proprio al guado del Rio Maggiore, mentre le truppe bolognesi lo attraversavano — sul ponte o in altro modo. Palmieri riferisce che da allora il Rio Maggiore fu chiamato «rio della sconfitta», anche se al momento non c’è riscontro di questa rinominazione.
L’antico ponte è oggi inglobato nella moderna Porrettana; subito a settentrione, sulla sinistra salendo da Bologna, sorge il caratteristico borgo di Paganino, anch’esso intitolato a Paganino dei conti di Panico. Il borgo è visibilmente antico e vi si trovava la nota osteria-trattoria «Al Paganein»: si auspica che non venga lasciato andare in malora e trovi quel restauro che la sua bellezza e la sua storia reclamano.
La spedizione del 1306 è esplicitamente «per vendicare la strage di Sasso». I Conti, nel frattempo, lasciano Stagno, prendono Castel nuovo di Labante e si rifugiano a Cantaglia. La Torre Cavallina era già distrutta — Palmieri annota che «i Panico non poterono servirsene perché era stata distrutta prima». Il 26 aprile 1306 i Bolognesi pongono assedio alla Rocca di Cantaglia. L’assedio dura quasi nove mesi. Il 29 gennaio 1307 il Conte Mostarda figlio di Maghinardo si arrende e viene decapitato nella piazza di Bologna (Corpus Chronicorum, 1307). L’esercito va poi a Panico e ne distrugge il castello. Vengono messi al bando tutti i Conti e i loro seguaci, tra cui i figli di Maghinardo da Panico e di Maghinardo da Monteacuto Ragazza.
Palmieri è convinto della localizzazione: in «Montovolo nel Bolognese e le sue leggende» scrive che la rocca si trovava «a lato del balzo di S. Caterina, quasi a fortificarlo». Un saggio del 1983 (AA.VV., La montagna sacra, Grizzana, pp. 114-117, ripubblicato nel 1993 sulla «Rivista Dolciniana») mette però in discussione questa localizzazione su base documentaria: il toponimo «Cantaglia» non compare mai negli estimi del territorio attorno al santuario, e i resti della rocca spesso richiamati risalgono a suggestioni di paesaggisti ottocenteschi, non a evidenza materiale. L’argomento è anche morfologico: il balzo di Montovolo, per quanto dominante sulla valle, sarebbe utile solo a un ultimo arroccamento difensivo — non al tipo di guerriglia mobile che i Panico conducevano nell’Alto Reno. Su questa base l’autore identifica Cantaglia con una collinetta di 450 metri che domina l’abitato di Riola, nell’antico comune di Castelnuovo e Montecavalloro: una posizione difesa dai cinghi verso Lissano e Montecavalloro, capace di bloccare le strade di fondovalle e di controllare il ponte di Savignano. La questione resta aperta tra le due ipotesi.
Mentre i capi si contendevano le rocche, le comunità del territorio pagavano il prezzo della guerra. Un documento del 27 novembre 1306, conservato nell’Archivio di Stato di Bologna, riporta la supplica che il massaro e gli uomini di Bargi — un comune della Limentra Orientale, nella stessa area delle Clausurae — mandarono al consiglio del popolo di Bologna. La loro dichiarazione è drammatica: a causa della guerra fra Bologna e i conti di Panico «non habeant quidquam unde possint vivere, quia non colligerunt nec colligere potuerunt bladum et castaneas nec aliqua semina facere potuerunt, nec sine magno periculo possunt dictum castrum exire». Non potevano raccogliere grano e castagne, non potevano seminare, non potevano uscire dal castello senza rischiare la vita. Chiedevano che almeno quaranta uomini fossero messi al soldo del Comune per potersi difendere. È la voce dei contadini e artigiani di questo Appennino, schiacciati tra i poteri che si combattevano sopra le loro teste.
Zagnoni (2005) ha sintetizzato queste campagne come «le ultime decisive lotte del Comune cittadino contro i più potenti signori della montagna, i conti da Panico coi loro alleati signori di Stagno, che negli anni 1306 e 1307 vennero definitivamente sconfitti dagli eserciti comunali». «Definitivamente» va però inteso in senso politico, non militare: il dominio feudale era rotto, ma i Panico non scomparvero.
Non tutti i Panico vengono catturati nel 1307. Dei Panico ospitati dagli Stagnesi, una parte rimane a Stagno. Paola Foschi, nel suo studio sui conti di Panico (in Terre di confine tra Toscana, Romagna e Umbria. Dinamiche politiche, assetti amministrativi, società locali (secoli XII-XVI), Leo S. Olschki, Firenze 2020, pp. 235-262), racconta che questi, temendo l’assedio del castello, eludono l’accerchiamento e si spostano dove le milizie bolognesi non possono raggiungerli: nel castello di Monte Beni, in Romagna, sotto la protezione dei parenti Ubaldini. Solo nel 1313 i castelli occupati dai conti fra il 1306 e il 1307 vengono recuperati dal Comune di Bologna, e nell’occasione molti ribelli sono catturati e giustiziati in città. La campagna contro i Panico dura dunque almeno sette anni, non si conclude con la resa di Cantaglia. Palmieri stesso avverte che i Panico risorgeranno più volte fino alla fine del ’300. Zagnoni (1995) documenta infatti che nel 1320 il conte Federico di Panico prese sotto la sua custodia l’abbazia di San Biagio del Voglio — un atto di pietà o di opportunismo, comunque un segnale che la famiglia era ancora attiva sul territorio.
Nel 1325 Bologna demolì di nuovo le strutture di Panico: i conti avevano liberato con la forza un prigioniero dalle mani del Capitano della montagna, e il Comune rispose con la stessa durezza di vent’anni prima. Banditi dalla città, i Panico si allearono con Passerino Bonacolsi e i ghibellini modenesi: la loro conoscenza del territorio appenninico contribuì alla vittoria modenese di Zappolino (15 novembre 1325), la più celebre sconfitta militare di Bologna medievale e il momento di fama duratura della casata. Il declino formale giunse nel 1391: le violenze di Matteo da Panico portarono il Comune di Bologna a emettere un decreto che obbligava la famiglia a risiedere in città, revocando di fatto l’autonomia feudale che li aveva definiti per tre secoli (Origine di Bologna).
Dopo il 1307 il territorio attorno a Montovolo è bolognese. Il santuario rimane con le sue chiese dipendenti dal Capitolo di San Pietro. Quanto alle torri del crinale — la Torrazza di Cavallino, il Poggio, Ca’ d’Orè — una tradizione storiografica locale, non ancora verificata su fonti primarie, ipotizza che siano state ricostruite o mantenute dal Comune di Bologna come torri di avvistamento verso la nobiltà ghibellina ancora attiva. È un’ipotesi che merita approfondimento, e che se confermata darebbe a questi luoghi un’ulteriore strato di storia.
Tra fine Trecento e inizio Quattrocento diversi rami della famiglia si trasferirono in altre città dell’Italia centro-settentrionale. Nel Bolognese l’ultima traccia certa è del 1428: il conte Guidesco, figlio del conte Gharietto, bandito e con una taglia sul capo, fu catturato e giustiziato — un episodio ormai interno alle fazioni cittadine (lo stesso anno un altro Panico, il conte Castruccio, era alleato di Antonio Bentivoglio), non più la guerra tra il Comune e i signori feudali della montagna che avevamo seguito fin qui (Foschi, 2020). Da allora, a Bologna dei Panico non si sentì più parlare.
Nel corso del XIV e XV secolo il territorio cambia faccia. Le torri militari — quelle rimaste in piedi — vengono trasformate in abitazioni civili. A compiere questa trasformazione sono i Maestri Comacini — corporazione di costruttori, stuccatori e carpentieri attiva nell’Appennino tosco-emiliano già da secoli: il nome deriva da Como, a indicare un’origine longobarda, ed è attestato già nell’Editto di Rotari (643) e nel Memoratorium de mercedibus Comacinorum di Liutprando. Nel Quattrocento sono loro a portare le competenze tecniche per questa specifica trasformazione delle torri e diretta costruzione di case-torri con aperture, portici e decorazioni: lasciano sulle pietre i loro segni di bottega, simboli di prosperità, motivi solari alpini, salamandre, chiavi di città. È questa La Scola che vediamo ancora oggi.
La trasformazione avvenne su un territorio già molto cambiato dalla guerra. L’estimo bolognese del 1315 — appena otto anni dopo la sconfitta dei Panico — certifica una crisi demografica profonda: regressione dei coltivi, scomparsa di interi insediamenti. Riolo sotto Lustrola e Miracula, nella zona di Taviano, sparirono dall’estimo; si svuotarono anche alcuni monasteri montani, tra cui Santa Maria di Opleta in val di Setta. La guerra aveva svuotato le campagne, e la grande peste sarebbe arrivata trent’anni dopo. I Maestri Comacini e i pittori del Quattrocento operavano in un territorio che aveva perso una parte consistente della sua popolazione (Zagnoni, 2005).
Su Montovolo il Quattrocento porta i pittori. L’oratorio di Santa Caterina d’Alessandria viene interamente rivestito da un ciclo di affreschi datato alla seconda metà del Quattrocento (Meoni/Nesi, Studio Giannoni, 2019). È un programma iconografico complesso: Giudizio Finale, Paradiso con San Michele che sconfigge il demonio, Inferno secondo la tradizione figurativa medievale, Storie di Santa Caterina tratte dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varazze (due lunette staccate nel 1966, oggi conservate nella vicina chiesa di Santa Maria), Crocifissione, Annunciazione, Evangelisti e Angeli cerofori. La matrice è toscana — e Alessandro Nesi propone come autore Giovanni di Piamonte, collaboratore di Piero della Francesca ad Arezzo e Roma, pittore itinerante nel centro Italia nel terzo quarto del Quattrocento.
Uno dei profili maschili negli affreschi è stato identificato con il cardinale Basilio Bessarione (1408-1472), legato papale a Bologna dal 1450 al 1455, promotore di una crociata per riconquistare i luoghi santi caduti in mano turca nel 1453. Se l’identificazione è corretta, gli affreschi sarebbero legati all’ideale crociato degli anni ’50 del Quattrocento, e confermerebbero il legame simbolico tra Montovolo e il monastero di Santa Caterina d’Alessandria sul Sinai che percorre tutta la storia di questo luogo. Il santuario si consolida nel Quattrocento come meta di pellegrinaggio regionale, con una produzione artistica di buon livello che testimonia la vitalità del culto.
Il programma crociato non nasce dal nulla: s’innesta su una consuetudine bolognese di rapporti con l’Oriente cristiano. Nella generazione precedente il vescovo di Bologna era stato Niccolò Albergati (1373 ca.-1443), certosino e cardinale, «angelo della pace» della diplomazia pontificia, che nel 1438-1439 presiedette il concilio di Ferrara-Firenze, l’assemblea che sancì — per quanto effimeramente — l’unione fra la Chiesa latina e quella greca. Dal suo seguito uscirono uomini di quel medesimo orizzonte: il segretario Enea Silvio Piccolomini, futuro Pio II, che nel 1459 al congresso di Mantova bandì la crociata contro i Turchi (che tentò poi di guidare di persona, ma che si dissolse senza mai partire quando egli morì ad Ancona nel 1464, attendendo invano le forze promesse); Tommaso Parentucelli, futuro Niccolò V; Niccolò Cusano, che a quel concilio aveva accompagnato in Italia i delegati greci. E a Ferrara-Firenze, sul versante greco, era stato tra i protagonisti proprio Bessarione. Nessun documento lega Albergati a Montovolo, e la cronologia esclude che potesse commissionare direttamente un ciclo dipinto un decennio dopo la sua morte; ma il «Sinai bolognese» va collocato entro questa tradizione ecclesiastica bolognese di attenzione all’Oriente, che dal cardinale certosino arriva al cardinale greco legato in città.
Una chiave interpretativa complementare viene proposta da Giacomelli (Zagnoni, 2003): la figura del profeta Elia, che alcune letture riconoscono nel ciclo affrescato, potrebbe spiegarsi con il fatto che in quegli stessi anni il vicario perpetuo e custode del santuario era il frate carmelitano Giuliano di Brunetto Benedetti da Prato. L’ordine del Carmelo aveva nel profeta Elia il proprio padre fondatore, e identificava il monte Oreb — dove Elia udì la voce di Dio — con il Sinai. Per un carmelitano che viveva su un monte consacrato all’imitazione del Sinai, la presenza di Elia negli affreschi avrebbe avuto un significato immediato e personale. La lettura politico-crociata (Bessarione) e quella devozionale-carmelitana (Benedetti) non si escludono: nelle cappelle del basso Medioevo, i livelli di significato si sovrapponevano senza cancellarsi.
La memoria delle torri e dei castelli, intanto, resta nei nomi. «Torrazza» per i ruderi della Torre Cavallina a Campolo; «Torraccia» per la collina del santuario etrusco di Monteacuto Ragazza; «Castellaccio» per la località dove sorgeva la Torre di Africo. I nomi sono la stratificazione più resistente: sopravvivono alle pietre, ai secoli, agli incendi. Chi abita oggi Campolo e chiama quei ruderi «Torrazza» porta avanti, senza saperlo, una memoria di mille anni.
Vale la pena riportare, come semplice curiosità locale, due notizie che Palmieri raccoglie nel suo scritto su Montovolo nel Bolognese, senza che abbiano alcun valore storico o scientifico. La prima è una credenza popolare sull’origine dei nomi dei borghi del crinale, legata alle tappe di un esercito di martiri cristiani capitanati da Sant’Acazio: «a Cavallino, dice, montarono a cavallo; a Campolo si accamparono; nei Poggiali si appoggiarono; ed a Rio Pentito si pentirono». Etimologia popolare, senza alcun fondamento linguistico documentato. La seconda è la leggenda degli spiriti di Cambra — quella «posizione tetra e solitaria» formata dalla congiunzione delle due cime più occidentali di Montovolo, densa di presenze notturne: il carbonaio inseguito dai terrori di Cambra «dovette fuggire spaventato a Campolo, paese posto a un chilometro da Cambra». Folklore appenninico, niente di più — e come tale lo registriamo.
Su questa stessa leggenda vale però una nota meno innocente. La tradizione di Sant’Acazio e dei suoi martiri — quella che spiega i nomi dei borghi del crinale — fu letta da Palmieri come memoria popolare degli scontri di frontiera fra Bizantini e Longobardi (o fra Franchi e Longobardi): un’eco lontana del confine militare che attraversò davvero queste valli. L’interpretazione oggi prevalente, dovuta a Giacomelli, la legge invece come costruzione duecentesca dei canonici bolognesi, in chiave anti-imperiale. Le due letture — la leggenda come fossile altomedievale o come invenzione bassomedievale — sono un buon esempio di come la memoria di un territorio di confine possa essere continuamente riscritta. Noi ci limitiamo a registrarle entrambe.
Il territorio Montovolo–La Scola–Savignano testimonia la permanenza di una funzione strategica: nata sul margine del limes bizantino, attraversata dai Longobardi, riorganizzata in età canossana, ereditata dalle signorie locali e ancora riconoscibile nella geografia del potere basso-medievale.
Questo testo non ha tesi da dimostrare. Ha cercato di raccogliere quanto storici, archeologi e cronisti hanno scritto sul territorio tra Campolo, La Scola, Vimignano e Montovolo, ordinandolo in un arco cronologico. Molte questioni restano aperte.
Sul sistema difensivo bizantino, la priorità più urgente è la verifica delle Clausurae stesse. Le strutture di Sambuca e Stagno — il nucleo documentato del sistema, sul versante della Limentra Orientale — hanno un’attribuzione all’età altomedievale basata solo sulla tipologia costruttiva. Resta aperta anche l’identificazione delle alture su cui si attestò la difesa dopo lo sfondamento delle Clausurae.
Poco conosciuto è il periodo intermedio: i tre secoli abbondanti tra la caduta del limes (727) e la prima documentazione scritta dei signori locali (X-XI sec.). Chi abitò e governò questo territorio nell’VIII e nel IX secolo? I discendenti degli exercitales longobardi — le consorterie dei Lambardi documentate a Sambuca, Torri e Stagno nell’XI-XII secolo — erano gli eredi diretti degli arimanni stanziati dopo il 727; ma sul versante di Vigo e Vimignano, che Zagnoni attribuisce alla militarizzazione longobarda post-727, non sappiamo quasi nulla. Rimane aperta anche la cronologia dei culti di orientamento greco presenti a Montovolo e nelle pievi più antiche della montagna: San Mamante a Lizzano, Sant’Apollinare a Calvenzano, i Santi Quirico e Giulitta a Casio. Risalgono alla fase bizantina dell’Esarcato, al periodo carolingio, o all’XI secolo con la diffusione delle tradizioni orientali attraverso i monaci di San Nilo? La risposta cambierebbe il significato di Montovolo come nodo di confine culturale, non solo militare.
Due piste meritano un’indagine a parte. La prima è la viabilità di valico: il limes presidiava necessariamente le vie transappenniniche, e quali percorsi attraversassero la zona di Campolo e della Limentra Orientale in età altomedievale — e in che rapporto stessero con la viabilità etrusca e romana — è una domanda su cui si innesta direttamente il progetto «Appenninica» dell’Università di Bologna, dedicato alle direttrici etrusche delle valli Reno-Setta-Limentra: le stesse che il confine bizantino-longobardo tagliava. La seconda è il confronto con altri tratti del limes appenninico: per la Lunigiana e la val di Taro esistono studi recenti (Giannichedda) che combinano fonti scritte, archeologia, numismatica e toponomastica — una metodologia replicabile per il tratto bolognese-pistoiese, dove l’evidenza materiale, clausurae a parte, è ancora scarsa e priva di datazioni assolute. Un elemento che attende verifica in questo senso: l’inventario dei beni del Comune di Pistoia del 1382 cita una «torre del Sambucone» nello spartiacque Limentra-Reno (Zagnoni, 2005), una struttura difensiva non ancora studiata sistematicamente, che potrebbe integrare la mappa dei presidi di crinale già documentati.
Sul versante medievale restano aperti: dove si trovasse esattamente la rocca di Cantaglia; se il castello di Monteacuto Ragazza descritto da Palmieri ha lasciato tracce visibili; la Torrazza. Speriamo che questo lavoro possa essere utile a chi vorrà approfondire.
La zona del massiccio Montovolo-Vigese si trovò dunque, per più di un secolo, esattamente sulla linea di faglia fra i due mondi — e, alla luce delle clausurae, verosimilmente dentro la retrovia del dispositivo bizantino, non lontano dalla prima linea delle Limentre. Già Augusto Palmieri, all’inizio del Novecento, riteneva Montovolo quasi l’estremo lembo del possesso bizantino che aveva il suo centro a Ravenna, confinante con il dominio longobardo toscano: un centro di «romanesimo» contrapposto agli invasori. La lettura moderna di Renzo Zagnoni conferma la sostanza del quadro, pur con maggiore cautela sui dettagli.
Le conseguenze di lunga durata di questa situazione di confine sono molteplici:
Lo sperone roccioso su cui Cesare Mattei edificò la Rocchetta dal 1850 domina la confluenza fra Limentra e Reno, di fronte al gruppo di Montovolo e del Vigese: una posizione che controlla insieme la via di fondovalle del Reno e lo sbocco della Limentra. Per il periodo anteriore al 1200 la tradizione attribuisce al sito una storia illustre, che va però vagliata strato per strato, distinguendo ciò che è documentato da ciò che è soltanto tramandato.
Avvertenza metodologica: quasi tutta la tradizione sul passato illustre del sito risale all’erudizione ottocentesca fiorita intorno allo stesso Mattei, che aveva ogni interesse a dare un pedigree glorioso — bizantino, matildico, imperiale — allo scoglio su cui costruiva il suo castello. Il filtro critico è d’obbligo.
Sopra Campolo sorge il rudere noto localmente come la Torrazza e registrato nella cartografia con il nome di Torre Cavallina: un punto di osservazione dominante sulla valle del Reno, del quale resta oggi soltanto un tratto di muro con feritoie. La sua storia tardomedievale è nota — fu una torre dei Conti di Panico — ma una possibile fase più antica, di età bizantina, non è mai stata indagata: per il periodo anteriore al 1200 questa scheda è costruita per indizi, da verificare sul campo e in archivio.
In sintesi: la fase tardomedievale della Torre Cavallina è documentata, la sua eventuale origine antica no. Restano una buona ragione topografica e un indizio catastale per considerarla candidata a una fase pre-1200, e soprattutto un percorso di verifica concreto e a basso costo: il rilievo delle murature superstiti. È un sito ideale da cui far partire la ricerca locale: identitario per Campolo e fisicamente raggiungibile.
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Giovanni Greco (a cura di), Bologna massonica. Le radici, il consolidamento, la trasformazione, 2a ed. riveduta, corretta e ampliata.
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