MONTOVOLO
di E. V. · Grizzana, agosto 1925
Frontespizio
L'ANTICO SANTUARIO
DI
MONTOVOLO
NELLA MONTAGNA BOLOGNESE
CON ILLUSTRAZIONI
[…] stesso
(la parte inferiore del frontespizio è strappata)
![Statua della […] (didascalia strappata)](images/00_statua_madonna.jpg)

Dedica
ALLA PIA MEMORIA DI MIA ZIA
CATERINA VEGGETTI Ved. BACCHETTI
DEL SANTUARIO DI MONTOVOLO
AMANTISSIMA E DEVOTA
Al lettore
Poichè questo modesto lavoro per essere utile e gradito al popolo al quale è diretto non deve pesare per soverchia erudizione e tanto meno per spirito polemico; così, nella forma più piana che mi è stato possibile, ho esposto coordinandolo alla meglio quanto è stato scritto intorno a Montovolo; tentando pure di trarre dalle leggende e dalle tradizioni quel tanto di luce che possa accrescere alcun poco l'incerto chiarore entro il quale vaneggia e a mala pena si delinea la storia di questo antico centro civile e religioso della montagna bolognese.
Le note che crederò opportune e doverose le aggiungerò in fine.
Sono lieto di annunciare che S. E. il Cardinale Giovanni Battista Nasalli Rocca sta per emettere un decreto che eleva Montovolo a Santuario Arcivescovile. Sicuro di rendermi facile interprete dell'unanime consenso, esprimendoGli i sentimenti della più viva gratitudine, vi aggiungo pure quelli del mio particolare e devoto ossequio.
Grizzana, Agosto 1925.
E. V.


I.
« L'ampia distesa di boschi, di campi, di roccie, di case, scrive il Palmieri che ricopre l'altipiano formante la base di Montovolo o Montepalense, bagnato in basso da due fiumi, Limentra e Reno ivi congiungentesi, fu abitato fin da tempi remotissimi. Sono state in varie località ed anche recentemente trovate tracce della civiltà etrusca: vasi, idoli ed armi .
I Romani hanno lasciati segni visibili della loro presenza perfino in edifici dei quali rimangono tracce nonchè i nomi rievocanti istituzioni e tradizioni latine . Ma gli indizi più copiosi, riconoscibili a prima vista anche dal profano, sono quelli della Civiltà medioevale. Le case annerite dal tempo, le torri numerose, i muri diroccati avanzi forse di fortilizi, le Chiese e perfino le strade rivelano la vita agitata e fiorente delle popolazioni che seguirono il graduale spegnersi della civiltà romana ». Succinta descrizione nella quale sono magistralmente tracciate le linee della Storia di Montovolo. Peccato non poterle seguire e svolgere degnamente.
L'antico nome di Monte Palense conferma l'opinione che i pastori ivi residenti in tempi lontanissimi vi abbiano praticato il culto della loro Dea Pale; e la leggenda ancora viva che lassù si sia combattuto per la Fede può avere una dupplice origine e cioè: che quei guardiani di greggi fossero degli ultimi e più ostinati adoratori delle divinità pagane; e più probabilmente che nei secoli posteriori si sia su quelle cime aspramente difeso un forte ed ardimentoso gruppo di Cristiani durante qualche persecuzione o contro qualche nucleo sparso di barbari invasori.
Per me la leggenda dei Paladini dalla gigantesca statura e dalle meravigliose gesta che ancora intrattengono i nostri montanari nelle lunghe veglie d'inverno, non deve essere confusa con quella anzi esposta delle lotte per la Fede, poichè al tempo dei Paladini le nostre Montagne erano già da secoli convertite al Cristianesimo del quale i prodigiosi soldati di Carlo Magno furono come ognuno sa validissimi e proverbiali difensori. Circa questa tradizione a me pare abbia scritto giustamente il Palmieri nel già citato suo lavoro. «Un probabile confine dell'Esarcato di Ravenna nell'Appennino Bolognese » dove dice: « l'essere stato attribuito quel nome ai guerrieri combattenti di Montovolo fa supporre che l'epica battaglia leggendaria non sia altro che un episodio dei molti combattimenti avvenuti nel territorio bolognese fra Franchi e Longobardi dopo il 754 ». Infatti i primi furono chiamati in Italia da Stefano II che reclamava le terre dell'esarcato occupante da Astolfo i cui confini come dimostra il Palmieri stesso erano appunto sulla linea di Montovolo.
Che lassù vi sia stato grande olocausto di vittime, non certo nella misura fantastica accennata dal Masini, lo lascia credere il continuo affiorare di ossa alla superficie del terreno, verificatosi da tempi lontani e che non è davvero compatibile con la supposizione ragionevolissima che anchè lassù nei pressi della Chiesa vi fosse, come allora costumavasi, un cimitero, poichè questo non avrebbe potuto dare per tanti anni un così copioso avanzo di spoglie umane.
Il culto della Croce professato con vivo fervore in un Santuario dedicato alla Vergine, e da molti secoli, conforta non poco la pia credenza che in quel luogo alcuni cristiani abbiano subito il supplizio del Golgota.
Il 3 Maggio accorrono sul sacro Monte in processione i popoli di ben dieci parrocchie coi loro arredi e paramenti più belli, con le loro variopinte confraternite, alcuni con musiche, altri, in tempi anche recenti, con tamburi; tutti con ceri, preghiere e canti. Mano mano vengono accolti da quel sacerdote in cotta e stola sulla porta del Tempio e la Croce del Santuario si unisce in fraterno amplesso con la Croce della processione arrivata. I pellegrini s'inginocchiano dietro il loro Pastore, le campane suonano a festa, due colombe rusticamente graffite su la lunetta della porta della Chiesa, stanno in atto di baciare la Croce di Malta traforata nel centro di essa, ed il millesimo 1211 pare quasi avvertire che passano i secoli, e le pie costumanze rimangono, a testimoniare usi più lontani e significativi dei quali ora non si sente tutta l'importanza della loro origine, ma dei quali si subisce tutto il fascino della loro ingenuità e della loro poesia.
La cerimonia culmina in una lunga pittoresca, suggestiva processione di tutti i popoli colassù accorsi con le loro insegne, e fa pensare ad un lontano rito di pace quando essa era così frequentemente turbata fra Comune e Comune, tra Frazione e Frazione, tra famiglia e famiglia, fra uomo e uomo. Da queste secolari e simboliche cerimonie è lecito trarre la grande importanza del centro religioso di Montovolo sulla vita civile dei nostri monti nei tempi passati, ed è bello sperare che tanto prestigio continui ancora ad addolcire e rendere buono l'animo nostro non certo meno bisognoso di pace e di semplicità, sia pure in modo diverso, che non lo fosse quello dei nostri lontanissimi antenati.
Il Comune di Grizzana conserva nel suo bilancio con lodevole continuità un tenue canone pel mantenimento dell'olio necessario alla lampada di Montovolo. Altrettanto ha fatto fino a non molti anni addietro il Comune di Camugnano. Umili notizie diranno alcuni lettori non avvezzi a leggere nel significato di certi atti apparentemente modesti e trascurabili! Ma pure non prive di interesse per ora e fonte per l'avvenire di qualche più utile ricerca per la storia di questi luoghi.
II.
Essa prima della metà del secolo XI non ha altro indizio che la loro denominazione; non ha altra base che il rinvenimento in epoche diverse di monete romane, di idoli pagani, di suppellettili etrusche; non ha altra traccia che alcune linee architettoniche nelle adiacenze e lo scoprimento di una cripta romanica trigemina; non ha altro conforto che una citazione in documenti posteriori riferentesi al secolo IV, non ha altro lume che il confuso avvicendarsi delle leggende e la lunga tradizione di riti e di usi ancora meravigliosamente radicati. Solo nel 1054 s'incomincia a scrivere di Monte Palense in un documento del Vescovo Adalfredo, col quale fra l'altre cose concedeva ai Canonici della Metropolitana di Bologna Eclesiam Sanctae Mariae quae est sitae in Monte Palensi cum omnibus oblationibus et pertinentiis suis. Atto ampiamente confermato in seguito dal Pontefice Lucio II e dell'imperatore Enrico, pure II, e da Gregorio VII col suo breve al Vescovo Lamberto in data 1074 dove più chiaramente si accenna alla donazione fattane da Gioviano l'anno 363 alla Chiesa Bolognese . Se non vi sono bastanti ragioni per accogliere senz'altro questa notizia incidentale da altri ancora ripetuta, non se ne hanno certamente altrettante per combatterla addirittura, tanto più se si pensa alla pietà di questo Imperatore magnificato da Svida, da Ammiano, da Teodoreto e da altri; e alla probabilità che lassù vi fosse un tempio idolatra, poichè si disse di Lui Iussu a Ioviano delubra a gentilium claudi et sacra cessare .


A pagina 60 del suo Dizionario, il Calindri osserva: « Che i Vescovi avesser voluto porre mano nei diritti di Montovolo o ne avessero riassunta la piena e libera giurisdizione in vigore della donazione di detta Chiesa rinnovata alla Mensa Vescovile da Gregorio VII e dai suoi successori Pasquale II, Lucio II ed Alessandro III come chiaro mostrano i loro brevi o Bolle, conservati in copia nell'archivio della Mensa Arcivescovile, e che per essa vi fossero tra Vescovi e Canonici dei contrasti e delle dispute, vi è ragione di dubitarlo, ma non può con chiarezza definirsi; è da notarsi però che qualche cosa deve esservi, che a Canonici o contrastasse o intorbidisse o levato avesse la libera giurisdizione di Montovolo e di altre Chiese, di qualcuna delle quali, pare esservi traccia nello stesso Breve di Gregorio VII, aver ricuperata e sottratta dalla loro giurisdizione il Vescovo Lamberto; poichè ricorsero ad Onorio III per ottenerne la libera giurisdizione nel 1219 » .
Oltre queste frequenti e lunghe competizioni lasciano credere che fosse titolo di onore e fonte di guadagno l'investitura della Chiesa di Montovolo, il valore anche delle persone alle quali veniva conferita e le lotte da queste sostenute per non perderla.
Infatti dai Pontefici allora regnanti fu concessa fra gli altri al celebre Canonista Bernardo Bottoni da Parma senza l'obbligo di risiedervi; il quale la tenne indisturbato fino all'agosto 1265, epoca in cui in grazia di una procura da Roma, non si sa bene con quali arti ottenuta o carpita, l'Arciprete di S. Lorenzo in Collina improvvisamente ne investì Giacomo detto Giacomuzzo figlio di Maghinardo da Panico. E' noto però che fino dal 1264, ossia dall'anno prima il Bottoni stava rivendicando alcuni diritti temporali e Spirituali presso l'Abate del Monastero di Montepiano circa la Chiesa di Montovolo. L'insigne Giurista morì nel 1266 prima di avere ottenuta la reclamata giustizia. Però Bernardo del Querceto cappellano di Ottaviano Ubaldini che gli successe, condusse a buon fine quella questione di diritto e il 31 marzo ne investì D. Azone Pievano di Centorio il quale alla sua volta dovette contendere ancora con Bardo di Poggibonsi eletto procuratore di Giacomuzzo da Panico il 14 maggio dello stesso 1266. Questi nel successivo novembre si dovette finalmente rassegnare a vedersi togliere l'investitura di Montovolo a quanto pare indebitamente ottenuta.
Come si è visto i titolari erano sempre persone cospicue, non residenti; ma la Chiesa doveva essere officiata da qualche ordine regolare quantunque il Calindri l'esclude quasi recisamente. Oltre la tradizione ancor viva fra noi, ora vi sono gli estimi di Arviliano (Vimignano) del 1235 pubblicati dal Palmieri nei quali figurano un Baraldo, un Bonafide ed un Rudulfinellum, conversi di S. Maria di Montovolo. Nell'elenco delle Chiese e Luoghi della Città e Diocesi di Bologna per l'anno 1366, pubblicato da G. B. Melloni sui tipi del Della Volpe nel 1779 trovasi Montovolo alle dipendenze del Capitolo della Metropolitana e così pure nell'elenco del Muzzoli, come in un Codice del 1600 ed in altri documenti posteriori fino al grande turbine Napoleonico.
Il Capitolo di S. Pietro era tenuto a farvisi rappresentare per la festa dell'otto settembre, e Monsignori e Prelati dovevano aver una certa consuetudine col nostro Santuario poichè vi si trova in Sacrestia un Rituale dei Vescovi molto usato del 1643, e fino a pochi anni fa eravi anche una bugia d'argento ora scomparsa.
Sulla sommità del Monte a sud-est vi è una località chiamata pure oggi Prato del Vescovo.
Dopo la restaurazione del 1815, dei diversi possessi che la Chiesa aveva nelle circostanti terre di Vimignano, Vigo, Verzuno, Burcianella, Monteacuto Ragazza, Savignano ed altre ancora, non le rimase che una modesta proprietà circoscritta a poco più della sommità del Monte, incamerata nel 1860, ed ora con atto debitamente sanato dalla Curia Arcivescovile appartenente all'antica Famiglia Donati del Poggiolino che verso la Chiesa di Montovolo ha non poche benemerenze. Essa nel 1905 cedeva disinteressatamente all'Amministrazione del Santuario, giuridicamente investita la proprietà della Canonica con adiacenze .
Ma per assicurare l'avvenire ed il prestigio di questo Luogo Pio bisogna trovare i mezzi e la forma di ridarvi la proprietà della quale fu spogliato ultimamente. Solo così si potrà liberare anche l'esterno del tempio dai locali indecorosi che lo deturpano a settentrione e pensare ad ingentilirne i dintorni con piantagioni di alberi, svolgersi di sentieri e di un più comodo e decoroso viale che dalla Casa del Comune conduca alla chiesa grande e da questa a S. Caterina e alla rupe leggendaria e fatale, dando così ai Fedeli e ai visitatori quel grato sollievo che compensi piacevolmente il disagio dell'erta salita. In modo migliore i fedeli della Montagna Bolognese non potrebbero certo celebrare la ricorrenza dell'Anno Santo che con l'offrire all'Augusta Signora uscente ogni venticinque anni dal tempio vetusto il possesso del suo Monte, di quel Monte maestoso e bizzarro dal quale Ella da secoli e secoli protegge e consola il suo popolo al quale l'aspro lavoro dei fuggevoli clivi non attenua l'amore per quelle balze e per quei greti non privi certo di fascino e di rustica dolcezza, sia che essi sorridano al primo albore del mattino o s'indorino agli ultimi raggi del sole cadente.
III.
La Chiesa grande di Montovolo risale ai primi del secolo XIII e nonostante l'incendio avvenuto nel 1241, dice un cronista ex immissione diabolica, e le deturpazioni e le manomissioni subite nei secoli posteriori, serba ancora nella sua struttura, nelle sue linee, nel suo colore tutto il fascino degli anni che passano travestendo le reliquie della terra e del Cielo e che maggiormente si imprimono nella pietra, dove l'opera dell'uomo cede grado grado al continuo inesorabile alitare del tempo.
L'esterno, a settentrione, è nascosto e duramente offeso fino da immondi fabbricati rustici. Nei due portici ai fianchi vedonsi colonne vetuste che io credo non del tutto azzardato supporre avanzi dell'antico Tempio, forse a tre navate. A mezzogiorno vi è un fabbricato modesto parte del quale serve ad uso del custode e parte come dimora colonica. A sinistra di chi entra, fino al 1835 eravi un piccolo campanile che, salvo le dimensioni, sembrava una imitazione di quello di Panico, con sopra due campane. Una portava la scritta Martinus me fecit A. D. MCCCLXXIII. Secondo alcuni essa fu fusa, secondo altri venduta per compensare l'attuale quarto posto sul campanile odierno eretto nel 1831 da D. Gaetano Pisi allora custode di quel Santuario.
La porta non è più a sesto acuto come ce la descrive il Calindri ed altri posteriori ad imitazione di Lui . Niente più dei due leoni che ne sorreggevano le colonne, dei due altri animali che stavano per essere divorati da essi; niente del timpano sopra la porta, degli avanzi di uno stemma che il Calindri suppone erroneamente dei Pepoli e che un posteriore con maggiore sicurezza asserisce fosse un avanzo del leone scaccato dei Panico che tante ragioni di supremazia hanno esercitato lassù. Ora la porta è in istile romanico ad imitazione di quella di S. Caterina con soprastante lunetta traforata al centro da una Croce di Malta avente ai lati due colombe grafite e sotto il millesimo MCCXI con le lettere maiuscole R. O. S. O.
Questo ingresso fu rifatto e rimpicciolito durante un ristauro avvenuto nel 1865. Forse allora venne defraudato dei particolari accennati dal Calindri perchè ormai corrosi dal tempo o spezzatisi nel rimaneggiarli. L'interno della Chiesa è a trabeazione scoperta e nel 1884 in occasione della prima incoronazione della Madonna avvenuta per ministero del tanto venerato e compianto Cardinale Lucido Maria Parrocchi, furono fatti dei restauri quanto mai lamentevoli, poichè tutto fu coperto da un intonaco verniciato a striscie verticali alternate, color calce chiaro e scuro; e le colonne e i capitelli dell'altar Maggiore vennero verniciati in nero mentre nel colto e nel frontespizio che guarda la Chiesa si dipinsero orribili figure. Nel corpo del Tempio a destra di chi entra vi è un affresco del secolo XIV rappresentante S. Fabiano e Sebastiano e S. Rocco e a sinistra, di riscontro, un'altra figura con un bimbo sulle ginocchia in atto di adorazione, che il Rubbiani dice essere una Vergine in trono e che i fedeli venerano per S. Anna. Nè l'uno, nè l'altro lavoro hanno singolari pregi artistici, ma sono importanti per l'epoca e il luogo in cui sono stati eseguiti.
Ai lati della porta grande due acquasantiere in macigno di non comune interesse, diverse una dall'altra e del tipo delle quali se ne può vedere un esemplare a Pieve di Roffeno. Negli scavi operati nella cripta si è rinvenuto un particolare del basamento di una di esse.
All'altare maggiore si accede per una scala di sette gradini ed ivi in una nicchia semplicissima vi si adora la Vergine Miracolosa col Bambino. Essa è in legno di sorbo e nel 1875 non so se per renderla più leggera o se per adattarla meglio nel suo loculo, Le fu tolta la base, ognuno può pensare con quanto senno ed opportunità. Certo è da scartare la leggenda che si tratti di un idolo pagano poichè il decoro della nostra Religione non poteva e non potrebbe certo consentire una simile metamorfosi e poi perchè, pur trattandosi di un'opera antichissima, non risale certo ad oltre il medio Evo del quale a me sembra ravvisarvi chiaramente tutti i caratteri. E' di color nero con tunica rossa e manto dorato a risvolti celesti; ma tale naturalmente è stata ridotta in epoche recenti. L'espressione del viso è forte ma non priva di leggiadria, come forte, e direi quasi accentuata è la mossa della persona nel particolare soave atteggiamento della Madre che regge il Suo caro Lattante. Le linee sono corrette, e giuste le dimensioni. Il divin Parlogo [sic] invece è di fattura più rudimentale specie per la mano e il braccio destro e il piede sinistro. L'insieme è di un effetto quanto mai suggestivo e si spiega come possa così meravigliosamente ispirare la Fede di questo popolo della quale è simbolo purissimo da tanti secoli. Una Via Crucis in terra cotta di qualche pregio, diversi paramenti di stoffe preziose e ben lavorati, due piatti metallici per le oblazioni, un Crocefisso di belle espressioni, due confessionali e diversi mobili in noce del 1600 sono le sole cose di degna considerazione che ancora si trovano in questo Santuario alle quali si deve aggiungere una cancellato di ferro rozzamente lavorato e che si ha motivo di pensare che potesse servire per l'ingresso della cripta dalla parte interna del tempio.
IV.
L'oratorio di S. Caterina sorge presso la sommità del Monte a settentrione della Chiesa Grande. Se sia contemporaneo o posteriore alla Chiesa Maggiore difficile è stabilirlo; certo è che lo stile è sempre romanico per la parte esterna ed esso si ripete identico nella porta principale senza però le incisioni. Si può supporre che anche lassù fosse messo in opera materiale antico se si osservano le due colonnette della porta anzidetta una delle quali ottagonale ed una cilindrica. Nell'interno contiene affreschi di modesto valore artistico, ma interessanti principalmente per l'ideazione del lavoro. Vi è pure un sarcofago di macigno ed un avanzo di lancia creduta di S. Acazio del quale è leggenda sia colassù avvenuto il martirio.
Sul valore artistico e storico di questo singolare tempietto e sulla sua probabile origine ha scritto con la sua indiscussa competenza e genialità il compianto Alfonso Rubbiani dal cui lavoro stralcio addirittura la parte principale poichè nè a me nè ad altri credo potrebbe essere possibile dire meglio, più esatte e vicino al vero di così . « E' la cappella una accurata costruzione in opera parallelepipeda di macigno, orientata, con portale in pieno centro, ed ha tutti i caratteri del secolo XIII se non anteriore. L'interno è voltato a due crociere; sopra due gradi ergesi l'altare massiccio, e la parete a cui si appoggia è forata da tre anguste finestrelle a guisa di feritoie, unici vani da cui entrino luce e sole d'oriente. Presso l'altare da una catenella appesa al muro pende la punta di una lancia ferrea.
A Cornu Aevangeli posa in terra un piccolo sarcofago di macigno (m. 0,95 × 0,47) segnato con croci tratte di scalpello e tutto adorno nel coperchio di uno sparso di circoli grafiti sulla pietra fra cui notasi una figura ben nota e primitiva della simbolica cristiana, il palmizio con l'arco baleno. Evidentemente il piccolo sarcofago pretende ricordare un monumento di ben altro valor d'arte e di maggiore antichità. Tutta la cappelletta è affrescata.
Ignoto è il mediocre pittore che a mezzo del secolo XV salì fin lassù a lavorare quell'opera e ignota è la numerosa famiglia nobile, dalla zazzera inquadrante i visi e dame in velo bianco che la commise e volle essere ricordata a piè di Cristo Glorioso e di S. Michele vittorioso nel Paradiso dipinto sulla prima parete di sinistra. Questo Paradiso è uno dei comparti meglio conservati. In due file di banchi siedono i beati: di sopra sporgono i maggiori Angeli, mentre altri attorno al S. Michele suonano e cantano.


Inginocchiati ai fianchi dell'Arcangelo, sono a destra S. Domenico, S. Francesco e S. Floriano, un altro Santo ignoto con barba bianca; a sinistra un papa un vescovo un cardinale. Sono essi senza aureola; i soli beati seduti portano il nimbo della gloria. Nelle altre due pareti della prima crocera, pochi avanzi indicherebbero che gli ignoti committenti avevano voluto ivi l'inferno e il limbo di purificazione. L'inferno è a destra e tutto figurato in un enorme drago nelle cui fauci precipitano i dannati. La parete di fondo ha nella lunetta la Crocifissione con le Marie e due Angeli oranti, e sull'altare l'oscuro pittore aveva posto forse il Cristo che dà l'anello di sposo alla Fanciulla Martire, tra qualche Angioletto musicante. L'ipotesi è suggerita dall'atto di ritrosa modestia che fa Caterina; ma la parte centrale del dipinto è scomparsa, giacchè più tardi a questa rappresentazione si sostituì un effige della Santa in altorilievo policromo. Tutt'attorno nella seconda crociera sono dipinte in due ordini alcune storie della famosa Vergine alessandrina. Quella a Cornu Aepistolae sono in parte guaste, ma distinguonsi nella lunetta il Battesimo di Caterina e nella parete la Santa davanti al Cesare Massimino di Daia e poi in carcere. Ottimamente invece mostransi conservate l'altre istorie sulla parete di riscontro. In alto è Caterina che disputa coi filosofi convocati dall'Imperatore. Nell'ordine inferiore la bella e dotta Fanciulla appare martire sulla ruota poi la si vede decapitare per ordine di Massimino; infine veggonsi gli Angeli che involato il corpo di Lei lo posano sulla vetta di un Monte.
Nella volta della crocera sopra l'altare sono il Cristo e i quattro Evangelisti, e nell'altra verso la porta quattro mezze figure di Santi fra cui distinguonsi San Gregorio Magno e S. Girolamo.
Notevolissime nella grossa arcata che divide le due crocere le figure della Giovinezza e della Morte; questa con corona di Regina, arco e frecce nelle mani ».
La somiglianza orografica fra il gruppo del Sinai e quello di Montovolo minuziosamente riscontrata dal Rubbiani, il sapere che molti bolognesi, fra i quali anche dei milites e dei cattanei della montagna, parteciparono alla Crociata bandita da Innocenzo III, la coincidenza fino delle misure col sarcofago esistente in S. Caterina del Sinai, e molti altri particolari, danno al Rubbiani la giusta impressione di trovarsi davanti ad un santuario imitativo di Santa Caterina del Sinai a similianza del gruppo Stefaniano di Bologna che volle essere una pietosa e fedele riproduzione dei luoghi santi di Gerusalemme. Il fatto poi che Iacopo e Benedetto dei Conti Alberti di Montepiano avessero fatto edificare nel Piviere dell'Antella una cappellina a Santa Caterina di Alessandria, fatta poi affrescare dallo Spinello Aretino e che l'ultimo dei nominati Alberti morisse a Rodi durante un suo pellegrinaggio pio ai luoghi santi, danno occasione al Rubbiani di ravisare nella munifica famiglia Alberti i committenti di quel tempietto. Rammenta pure l'autore anzidetto come ai monaci greci del Sinai, scacciati di là dai Soldani d'Egitto e che poi furono detti Sacchini, fondatori di un cenobio anche a Venezia sussistente fino al 1274, si debba il santuario imitativo di Fierbois in Francia da dove Giovanna D'Arco come Ella stessa disse ai suoi giudici trasse di fianco all'altare la spada prodigiosa delle sue vittorie. Quindi anche la supposizione che qualcuno dei nostri monti rimasto durante le crociate o in qualsiasi altro modo nel convento del Sinai, e di poi per volontà sua e di altri partito di là, ritornato in Patria con la fervida visione di quei luoghi santi abbia voluto colassù dove un importantissimo centro già esisteva pieno di ricordi e consacrato da lotte e da martiri cruenti, ripetere quelle costruzioni, e renderle vieppiù sacre con reliquie ivi portate della ardimentosa filosofessa di Alessandria, istituendovi un Culto a bisogno e soddisfazione dell'animo suo di penitente e a propaganda fervidissima presso i suoi conterranei.
Fra l'oratorio di Santa Caterina e la rupe, sorge una edicola a forma di altare recante una croce di marmo e che forse ricorda una costruzione maggiore. Essa conserva sempre le linee architettoniche prevalenti nelle due chiese già descritte.
Vi è pure nei pressi della chiesa grande un caseggiato ad uso di ricovero per i pellegrini, edificato poveramente in sostituzione di maggiori fabbriche atte a ricevere i molti accorrenti ai frequentatissimi mercati medioevali che ancora si protraggono stentatamente ma con mirabile costanza nonchè ai pellegrini affluenti al Santuario. Alle radici del monte in luogo detto Serra dei Coppi fino a 30 anni fa eravi un gruppetto di case con una cappellina dove le confraternite vestivano le loro Cappe e dalla quale movevano le processioni dei fedeli recitando il Rosario i cui misteri si vedono ancora incisi nei modesti tabernacoli sorgenti al fianco dell'erta salita. Quell'insieme di casette lascia pensare ad un corpo di guardia nei tempi lontani, quando i Panico tenevano lassù un punto forte del loro dominio. In quella località avevano luogo i mercati allorchè durante le epidemie, specie nel 1855, erano vietati i raduni, ed il popolo incurante del pericolo e fedele alle tradizioni ivi accorreva egualmente a trattare i propri affari e a compiere i suoi voti.
V.
Questo santuario fu lasciato per oltre un trentennio in abbandono per le difficoltà di trovarvi un sacerdote data l'asprezza del luogo per vari mesi dell'anno e più ancora per l'assoluta mancanza di mezzi.
E così fu affidata al Parroco di Vimignano con l'obbligo di officiarla la seconda domenica di ciascun mese. Anni sono la Curia Arcivescovile ebbe la fortuna e l'oculatezza di trovare in D. Vito Pedrini un Sacerdote pieno di abnegazione, di fede e di entusiasmo che subito diede alla Chiesa vetusta e dimenticata una vita nuova ed un nuovo decoro, ma la guerra lo chiamò ad altri e più duri doveri nobilmente assolti. Ritornatone, con rinnovato amore per il suo Montovolo, con un'audacia ed uno zelo singolari e con esigui mezzi faticosamente racimolati, incominciò il suo ardimentoso programma di ristauri, consolidando per primo il tetto cadente e rifacendo le ormai inservibili serrande. Indi per buona fortuna trovò subito nell'illustre prof. comm. Corsini Sovraintendente ai Monumenti un paterno e valido appoggio, nell'architetto Prof. Cav. Capezzuoli un prezioso collaboratore e così pure nel R. Ispettore dei Monumenti Avv. Arturo Palmieri che della nostra montagna ama tutte le bellezze, conosce tutte le più lontane e minute vicende e sente tutti i problemi ai quali è vincolato il di lei avvenire.


E così si addivenne alla risoluzione del ristauro incominciando dalla escavazione della splendida cripta trigemina alla quale sarà dato adito dall'interno della Chiesa e luce dalle monofere ancora chiuse. Ora si sta scrostando tutto l'interno per rimettere in vista tutti i bei conci in arenaria, le colonne dell'altare, le splendide mensole, le soppresse finestre a feritoia, e liberare la Cappella dell'altar maggiore dalle ultime pessime decorazioni delle quali facemmo discorso.
Su progetto che sta elaborando il su lodato Prof. Capezzuoli, altre sovrapposizioni saranno eliminate, un colore più consono sarà dato alla travatura, sostituite le vetriate, rimesso in istile l'altare della Vergine come pure gli altri esistenti, e asportati l'organo inservibile e le altre suppellettili in vivo e disgustoso contrasto con le linee del bel Tempio milleduecentesco.
I fondi sono ancora pochi, ma grande è il coraggio e l'entusiasmo di D. Vito, molta è la pietà dei fedeli, e l'amore dei conterranei per questo Santuario; ed è a sperare che altrettanto adeguato sia il concorso degli Enti interessati, Governo, Curia, Provincia; ai quali si dovrebbero aggiungere tutti i Comuni del Circondario di Vergato che in quel Monumento vedono l'espressione della loro storia e della loro fede; ed in esso ciascuno dovrebbe apporre il proprio stemma come a voto, a proponimento che la libertà comunale, sorta e prosperata all'ombra della Chiesa di Cristo, non sarà mai concussa e mai tradita.
VI.
E' facile intuire che l'importanza di queste antichissimo centro civile e religioso si deve alla sua singolare ubicazione quando diverse erano le armi e le norme della strategia e la vita si svolgeva sui valichi e sulle sommità dei monti dove più facile era la vigilanza e più valida la difesa. Lassù dove le foreste erano più folte e meglio contenute e più abbondanti le acque, gli Etruschi trovarono pingue e fresco pascolo alle loro greggi e luogo ridente e maestoso per innalzare templi alle loro divinità dalle quali il luogo doveva prendere il nome. Lassù forse essi le difesero quando Gioviano ordinava la chiusura dei loro templi; lassù i primi Cristiani di queste plaghe sostennero l'urto feroce, il sublime sacrificio del Martirio, durante gli eccessi scatenati dall'editto di Giuliano. Lassù vissero i Romani lasciando tracce nei nomi dei luoghi e le loro monete e i loro idoli nelle adiacenze di questi, lassù edificavano il nuovo Tempio sugli avanzi del vecchio, col loro stile maestoso come ne fa fede la rinascente cripta. Lassù i Signori del Medio Evo costruirono i loro Castelli per opporsi al libero Comune di Bologna, come prima ai piedi, gli Imperatori avevano poste le loro rocche a garantire il Feudalismo Germanico; lassù si teneva uno dei più importanti mercati della montagna dove i Pisani portavano le merci dall'Oriente; lassù vuole la leggenda che i Signorotti tenessero le donne del loro cuore rapite all'amore degli altri lassù, pare d'intravvedere, i Comuni fanno voti pel mantenimento della libertà sicchè la tradizione ancora ne resta; lassù i nostri artigiani si sono addestrati all'arte dello scalpello per una lunga sequela di secoli che va dai bei capitelli romanici della chiesa e della cripta al Monumento dei Caduti in Guerra, a Vergato; lassù sono avvenuti i primi esperimenti fra noi della pittura e della scultura; lassù i Crociati di ritorno vi hanno sciolti i loro voti e ripetute le pie tradizioni dei luoghi di Terrasanta, e di là vi hanno portate sacre reliquie di Santi e dolci leggende, tutte fatte di mistero e di poesia, di pietà e di arte. Di lassù si assisteva alle titaniche lotte tra Franchi e Longobardi; lassù, infine, da oltre un millennio sono accorse ed accorrono le generazioni di questi monti, ardenti di fede, desiderose di pace, nell'umile raccoglimento della preghiera, tutte con la speranza in cuore, tutte col bagliore in fronte di una seconda vita che s'apre e sorge oltre i limiti per loro non fatali, segnati dalla morte. Lassù accorreranno ancora fino a che la Religione di Cristo riscaldi e nutra l'animo umano.
VII.
Se la fortuna assisterà i cultori delle patrie memorie chissà che un giorno qualche testimonianza positiva possa fare un po' di luce su queste tradizioni e queste voci così tenacemente arrivate fino a noi con la gagliardia di certe piante che vediamo crescere nel bosco senza saperne l'origine ed il nome, ma che ci incantano con le loro forme ed i loro colori.
Noi, intanto, cui non rode fastidioso il germe del materialismo, nè indebolisce la mente la facile credulità, paghi per ora di quanto ci attestano i documenti rivelati accettiamo, anzi di buon grado, le leggende che non solo sono compatibili con la nostra ragione, ma la nostra ragione ricreano ed esaltano con la loro poetica semplicità, e tramandiamole a coloro che vengono alla stessa guisa del vecchio che porge al fanciullo una fragrante rosa della quale non sa i misteri della germinazione, e quegli l'accoglie pago del suo profumo e della sua vaghezza.


Note
(1) ARTURO PALMIERI — Un probabile confine dell'Esarcato di Ravenna nell'Appennino Bolognese. — Atti e Memorie della R. Deputazione di Storia Patria per le Romagne: Quarta Serie - Vol. III.
(2) ALFONSO RUBBIANI — Monte Ovolo in Val di Reno — Bolettino dell'Arte del Ministero della Pubblica Istruzione: Anno II vol. II - Nov. 1908.
Nel 1912 nella proprietà Mattei denominata Archetta mentre si facevano scavi per la costruzione di una casa furono trovati vasi etruschi e diversi idoli, ed altre cose furono rinvenute molti anni prima in quel di Monteacuto Ragazza terra che pure si stende ai piedi di Montovolo.
(3) Nei pressi di Orelia verso l'autunno del 1758 furono scavate monete romane di diverse epoche una delle quali del 383 di Roma. Vedi l'ampia e dotta descrizione fattane dal Padre D. Pier Maria Brocchieri Lettor Pubblico nell'Università di Bologna — Osservazioni sopra alcune monete consolari — Nella stamperia di Lelio Dalla Volpe. MDCCLXII.
(4) Nel borgo Oreglia vi è un edificio nel quale si riscontrano tracce di architettura Romana. Vedi Palmieri O. C.
(5) Il nome stesso di Vimignano, derivante da Arvilianus, dice l'autore predetto, e la Curtis Aurelia ne danno esempio.
(6) A. PALMIERI — Montovolo nel Bolognese e le sue leggende — Archivio per lo studio delle tradizioni italiane: Palermo 1896.
(7) MASINI — Bologna perlustrata: Parte I - pag. 355. In Bologna per l'Erede di Vittorio Benacci, 1666.
(8) Le parrocchie che continuano ancora il loro pellegrinaggio annuale a Montovolo il 3 Maggio festa di S. Croce sono le seguenti: [B]urzanella, Camugnano, Castelnuovo, Grizzana, Monteacuto Ragazza, [M]ontecavaloro, Prada, Tavernola, Vigo, Vimignano e Verzuno.
Nell'Anno Santo invece si recano a Montovolo, oltre le undici parrocchie già nominate, quelle di Africo, Calvenzano, Carpineta, Casola, Pieve di Castel di Casio, Guzzano, Pian di Casale, Pian di Setta, Sambuca Pistolese e Veggio. Nella ricorrenza giubilare tale manifestazione avviene l'otto di Settembre nel cui giorno, solo ogni cinque lustri, si porta in processione la vetusta immagine della Madonna, venerata sotto il titolo di B. V. Maria della Consolazione.
Altra festa in onore della S. Croce si celebra il 14 Settembre. Precedono questa festa tre giorni di fiera la cui memoria risale al secolo XIII.
Altre feste, nel Santuario, si celebrano il 25 Marzo, Annunciazione di Maria Vergine; la seconda domenica di Giugno, a S. Vincenzo Ferreri; il 25 Novembre a S. Caterina; il 13 Dicembre a S. Lucia e, fino a non molto fa, la seconda domenica di Agosto agli Angeli Custodi.
(9) Questi documenti sono debitamente citati dal Calindri e in parte dal Rubbiani nel suo citato lavoro del quale avremo occasione fra breve di parlare.
(10) Socrate lo scolastico — Storia Ecclesiastica lib. III. pag. 20.
(11) CALINDRI — Diz: tom. IV albavi [sic] Montovolo.
(12) SARTI — De Claris Arch.: Bon.: Prof.: Parte I pag. 356.
(13) PALMIERI — in appendice all'opera citata alla nota 1.a pagine 35 e 38.
(14) Esistente nella Biblioteca dell'Archiginnasio N. 2081 pag. 74 - ms.
(15) Rogito Dottor Lorenzo Bettini in Vergato 13 Febbraio 1905.
(16) Il Comune di Grizzana entro il cui confine sorge Montovolo col suo millenario luogo sacro e le sue importanti cave di arenaria nei fianchi nord-ovest e sud, nella seconda metà del secolo scorso fece costruire una modesta casetta a destra di chi arriva sul primo ripiano del monte, la quale serve per residenza propria specie per i giorni di fiera e dove anche non molti anni fa veniva trasferito un ufficio con tutti gli attributi. Il Sindaco o un suo rappresentante vi rimaneva in permanenza e la Giunta vi teneva anche le sue sedute come rilevasi dagli atti del Comune. Questa casa ha pure sempre servito e serve ancora da caserma ai R.R. Carabinieri nei giorni di raduno di popolo.
Si rammenta dai vecchi come anticamente il Comune abbia avuta lassù una sede nella quale veniva addirittura e precariamente gestita tutta l'autorità comunale con la più ampia assistenza della forza pubblica nei giorni accennati. Uso che merita certo di non essere interrotto, che addimostra una volta di più l'importanza del luogo e lascia pensare ad una lontanissima giurisdizione lassù esercitata sui popoli circonvicini.
(17) CALINDRI — Diz. tom. IV, pag. 62.
[Le note (18), (19) e (20) stavano nelle pagine successive, andate perdute.]