La pietra nella valle del Reno

Un contesto appenninico

gli scalpellini del Montovolo e la loro valle

sintesi dal volume «La lavorazione della pietra nella valle del Reno» · Vergato, 2016

Reno bacino di Suviana MONTOVOLO M. Vigese Campolo Oreglia Vimignano Montecavalloro Riola Vergato Pian di Setta Greglio · Vigo N Schema dei luoghi citati nel racconto (non in scala).
L'alta valle del Reno: un “museo a cielo aperto” della pietra lavorata.

Gli scalpellini del Montovolo non furono un caso isolato: erano l'anello di una lunga catena appenninica, dove per secoli la pietra arenaria ha dato forma alle case, ai ponti, alle chiese e persino ai simboli della montagna bolognese e pistoiese.

Una montagna di pietra

Del paesaggio della montagna bolognese è parte integrante la pietra lavorata: i toni grigi delle antiche case e delle case-torri nascono in gran parte dalla ripresa edilizia della fine del Trecento e dall'arte dei maestri comacini — e più tardi dei maestri lombardi — che portarono anche quassù la propria abilità. Fin dai tempi degli Etruschi, che dalle Grotte di Labante traevano i materiali per le basi dei loro templi, la lavorazione della pietra ha accompagnato la vita delle popolazioni locali, concorrendo a costruire quell'ambiente storico e culturale che contraddistingue l'Appennino bolognese.

Il volume La lavorazione della pietra nella valle del Reno (Vergato, 2016) raccoglie quarant'anni di articoli comparsi sulla rivista Nuèter del Gruppo di Studi Alta Valle Reno. Ne emerge un vero e proprio museo a cielo aperto, di cui il fascicolo Gli scalpellini del Montovolo è uno dei capitoli più vivi.

La casa torre di Monzone (Vergato), sec. XI.
La casa torre di Monzone (Vergato), sec. XI.

«Sasotti, sabion e buina»: le case dei nostri vecchi

Prima di essere arte, la pietra fu necessità. Come racconta Giuseppe Nerattini (Nuèter, 1975), la casa di montagna nasceva «dettata dalla praticità e dal risparmio». Si costruiva con i sasotti, i ciottoli scalzati dai campi con la marra e portati a casa la sera nel paniere, nei corbelli di vimini o a soma d'asino. Mancando la calce — troppo cara, benché il calcare albarese, la «pietra morta», fosse ovunque — si murava a sabion, un impasto di terra argillosa e sabbione; e i veri artisti erano proprio quelli che sapevano incastrare pietra su pietra a secco, «scajado», senza legante. Una casa così, scrive Nerattini demolendo un vecchio intonaco della propria, poteva reggere «per più di trecento anni».

La differenza fra ricchi e poveri si leggeva negli spigoli. Nelle case di riguardo le cantonate erano affidate ai sassi «a madonna» — pietre squadrate strette e alte, poste di coltello una a destra e una a sinistra a formare l'angolo — mentre le travi di cerro, resistenti all'umidità, uscivano dal muro reggendo i bolzoni che «incatenavano» la casa. È qui che entrava in gioco la mano dello scalpellino.

Uno «stoliccio» solo parzialmente intonacato: intreccio di rami di castagno rivestito di «sabion» e «buina».
Uno «stoliccio» solo parzialmente intonacato: intreccio di rami di castagno rivestito di «sabion» e «buina».

Portali, finestre e cornici

«Fino agli anni Trenta il materiale impiegato nella costruzione delle case fu quasi esclusivamente la pietra», annota Olindo Manca (Nuèter, 1981). L'arenaria, accuratamente scelta, si prestava alle lavorazioni di finezza — conci d'angolo, cornici, mascheroni, stemmi — realizzate «dalle capaci mani di scalpellini locali, abili nell'usare punte e mazzòlo». Il portale ne è l'emblema: stipiti sormontati da un arco a tutto sesto, un lunotto vetrato e, in cima, la chiave di volta ornata con lo stemma o le iniziali del proprietario. Da Spedaletto a Bargi, da Lustrola a La Scola, la rivista Nuèter ha censito centinaia di finestre, finestrelle e portali: un repertorio che è la firma collettiva di generazioni di scalpellini.

Portale a Poggiol Forato (Lizzano in Belvedere): chiave di volta ornata con simbologia religiosa.
Portale a Poggiol Forato (Lizzano in Belvedere): chiave di volta ornata con simbologia religiosa.

Ponti e grandi opere

La stessa mano che squadrava i conci innalzava le opere d'ingegneria della valle. L'antico ponte di Suviana, ai Cinghi di Bargi, fu progettato nel 1766 da Gian Giacomo Dotti — figlio di quel Carlo Francesco che disegnò il Santuario di San Luca a Bologna: un solo, ardito arco a sesto ribassato, in arenaria e ciottoli di fiume legati a calce, oggi quasi mimetizzato accanto alla diga idroelettrica che le Ferrovie dello Stato costruirono nel 1932, avendo «la grande sensibilità di conservare l'antico ponte». E poi la torre di Carviano, il ponte di Panico, il monumento ai caduti di Marzabotto, la cupola della Mascarella a Bologna: le stesse opere che ritornano nei ricordi degli scalpellini del Montovolo. Gli stessi scalpellini lavorarono anche alle grandi opere del primo Novecento — le dighe del Brasimone (1906–1911) e di Suviana (1928–1932) e la ferrovia Direttissima Bologna–Firenze (1913–1934), che fece largo uso di arenaria locale — mentre una teleferica, inaugurata nel 1909, calava i blocchi dalle cave fino alla stazione di Riola.

L'antico ponte di Suviana, ai Cinghi di Bargi, progettato nel 1766.
L'antico ponte di Suviana, ai Cinghi di Bargi, progettato nel 1766.

Segni, stemmi e simboli nella pietra

Sulla pietra la comunità ha inciso la propria identità: stemmi di famiglie e comunità (dai Manservisi ai Vivarelli, dai Nanni ai Tanari), pietre scolpite con il nodo di Salomone e, soprattutto, gli antichi simboli nel cerchio — il fiore della vita, la spirale radiata, le “mamme” — che, dalla Sanguineta a La Scola, testimoniano una religiosità arcaica e trascendente. Fino all'impresa del diamante, emblema araldico estense che compare su architravi di Tolè, del Poggio di Veggio e del Modenese.

Stemma Vivarelli — Granaglione.
Stemma Vivarelli — Granaglione.

Emigranti della pietra: dall'America all'Egitto

La montagna, povera, esportava braccia e maestrie. Olindo Manca (Nuèter, 1981) ricorda «il Zoppo», Giuseppe Palmieri di Santa Maria Villiana, nato nel 1866: partì per l'America viaggiando clandestino sui treni merci — proprio come nel Vagabondo di Jack London — finché un giorno, impigliato con la giacca a un vagone, vi perse una gamba sotto le ruote; tornò a Raigosa e se ne intagliò una di legno «da solo; ne fece tre».

Il camino scolpito da Giuseppe Palmieri, «il Zoppo», nella casa Corsini a Santa Maria Villiana.
Il camino scolpito da Giuseppe Palmieri, «il Zoppo», nella casa Corsini a Santa Maria Villiana.

Ma il “salto” più straordinario porta il nome di Campolo. Già nell'Ottocento le cave di Oreglia e Campolo, attive dal 1873, avevano assunto dimensione industriale — arenaria per la Rocchetta Mattei, per il Mausoleo di Marconi, per la Questura di Bologna e per numerosi palazzi di Bologna e delle città emiliane e toscane. E secondo le ricerche del Progetto Montovolo, nel 1895 Cesare Cattabriga di Campolo partì con una decina di scalpellini per aprire una cava in Egitto: in breve furono settanta gli scalpellini di Campolo che, dal 1895 al 1912, lavorarono la pietra per le chiuse sul Nilo, negli anni della grande diga di Assuan. Un episodio che si inserisce in un più ampio circuito migratorio italiano della pietra — dal lago d'Orta alla Maddalena — e che il racconto degli scalpellini del Montovolo custodisce in un solo, folgorante ricordo di famiglia.

Il mestiere che si spegne e si tramanda

Dai testi — le lastre di arenaria per i tetti — prodotti a San Pellegrino, ai maestri lombardi come Claudio Negroni che ancora oggi posano i manti di lastre sui tetti dell'Appennino, la valle ha tentato di non lasciar morire un sapere. È lo stesso spirito del corso di Campolo del 1988/89, in cui i vecchi scalpellini del Montovolo — Sergio Venturi, Walter Manzini, Clelio Colombi — insegnarono a una nuova generazione a “murare a sassi”.

L’ultima cava, quella dei Vecchi — la famiglia che nel 1974 ricevette dalla Camera di Commercio la medaglia d’oro per 143 anni di attività ininterrotta, dal 1831 — chiuse i battenti nel 1976. Ma il mestiere non si è spento del tutto: oggi lo custodiscono e lo rilanciano il Progetto Montovolo e l’Associazione Fulvio Ciancabilla di Campolo, fra corsi di lavorazione della pietra, la Bottega e la Piazza degli Scalpellini e lo “Spaesaggi Festival”, dove una nuova generazione di quasi trenta “artisti della pietra” tiene vivo il mestiere.

Posa delle lastre di arenaria di testa in gronda (Claudio Negroni).
Posa delle lastre di arenaria di testa in gronda (Claudio Negroni).

Sintesi redazionale dai materiali del volume La lavorazione della pietra nella valle del Reno, a cura di Rosella Ghedini, Paolo Minarelli e Renzo Zagnoni (Comune di Vergato · Gruppo di Studi Alta Valle Reno, 2016).

→ Leggi il racconto: Gli scalpellini del Montovolo

Approfondimenti web: Progetto Montovolo – Associazione Fulvio Ciancabilla · Ferrovia Direttissima Bologna–Firenze · Grande Galleria dell’Appennino · Vivicampolo – Da Campolo l’arte fa Scola · Le cave di Montovolo, storia e geologia (VergatoNews24) · Indici della rivista Nuèter (Istituto Datini) · Rocchetta Mattei.