Fra Reno e Limentra, a sinistra del Limentra, poco prima del suo sbocco in Reno e prima del ponte che attraversa questo affluente, sorge la Rocchetta Mattei.
Il luogo su cui è sorta questa rocca moderna era occupato un tempo da un castello, quello di Savignano, Savignano Lungoreno. Il nome di tale castello è frequente nei documenti: se ne fa cenno ai tempi del Barbarossa, lo si ricorda nel secolo dopo, quando impera Ottone IV di Brunswick, ricorre più volte anche dopo.
Il Limentra — dice il Palmieri — era il confine fra Vimignano, ai piedi di Montovolo, e Savignano sulla sinistra del Limentra: quello era il limite esterno dei domini dell'esarcato ravennate, questo lo sprone più nordico dei possessi del marchesato di Toscana: quindi era punto importante specialmente nel periodo di lotta fra papi ed imperatori a proposito della eredità dei beni matildeschi.
E questa è la ragione per cui del possesso di quel castello vengono investiti i signori Alberti, vassalli dell'Impero. Gli imperatori di Germania, eredi di tutto quel vasto complesso di terre che era appartenuto ai Longobardi prima ed ai Franchi poi, tenevano assai a mantenerlo intatto dalle influenze latine e miravano ad estendere sè conquistatori a detrimento dei conquistati, i Romani.
Qui è appunto la striscia di terra su cui si combatte, episodio minuscolo, quella lotta fra invasori ed invasi, fra vinti e vincitori che costituisce il fondo della storia di molti secoli del medio evo. E quando Savignano cade in mano di chi non poteva temere affatto questa lotta, il pontefice, vediamo Savignano trattato alla stessa maniera delle altre terre. Onorio III, al principio del duecento, rivendicando a sè i diritti dei possedimenti matildeschi contro l'imperatore, non fece distinzione fra Savignano e le altre terre.
Finite le lotte per le investiture, acquetatosi il conflitto per i beni della potente Contessa, Savignano perde quasi intera la sua importanza: dopo il 1303 di esso non è più ricordo: aveva compiuta intera la sua funzione.
Sulle rovine del vecchio e famoso castello nacque, per opera del Conte Cesare Mattei, la rocchetta attuale, che fu cominciata nel 1851. Pare che questo signore, il quale esercitava un'arte che voleva dar la salute e che egli aveva battezzato col nome di elettromeopatia, abbia voluto cingersi di mistero per colpire di più l'immaginazione dei numerosissimi visitatori stranieri che dall'Inghilterra, dalla Germania e dall'America a lui traevano per acquistare quella salute che non avevano e che volevano riavere.
Descrivere questa costruzione che raccoglie stili diversi, che è un insieme di architetture contrastanti sarebbe assai lungo: è necessario accontentarsi di una rapida e sommaria visione. Torri sorgenti fra le rocce, cupole rilucenti da lontano, muraglie merlate con archi e con finestre ricche di decorazioni vanissime, bianche e nere: un ingresso fatto a ferro di cavallo rinchiuso dentro un quadrato, tutto a fregi, che, dopo un androne, conduce in un cortile, in cui guardano finestre, pur esse ad archi, qua e là nascoste dall'edera, con arabeschi di vari colori, bene combinati, sì che l'occhio riceve buona impressione: ecco quel che appare a chi si avvicini ed entri nel misterioso recesso.
Ma il primo piano è soprattutto degno di interesse e strano: stanze e sale, l'una di seguito all'altra, con ingressi formati da colonne esili, sulle quali girano archi a ferro di cavallo o a chiglia di nave, con fregi: una bianca con arabeschi su fondo giallo-oro, un'altra violetta, altre a colori diversi, e tutte con nomi che fanno pensare: frequenti sono le alcove, pervase da una luce calma, mite. Le pareti hanno o i paesaggi che dalla rocca si possono ammirare, o varietà di fregi, a cubi in mille modi combinati, a striscie, a prismi, a linee oblique, ritte, ricurve, rosse, gialle, verdi, azzurre, bianche, nere.
E poi sono stanze di forme diverse, con logge intorno, a stalattiti multicolori, e poi cortili che imitano quelli dell'Alhambra, ad esili colonne e con fontane, ed angoli misteriosi, scale nascoste, ponti levatoi e torrette, tutto soffuso da una luce placida che dà riposo all'occhio ed all'animo, che invita ad una pace benefica, che quasi allontana dal fervore del mondo.
In questo luogo il conte medico accoglieva la sua esotica clientela, che solo di fronte alla rocca e nelle sale strane e nei cortili silenziosi trovava quell'azione sui nervi che era fra i metodi di cura suoi; di là la sua fama volava per il mondo ed accresceva sempre più il numero dei visitatori desiderosi di guarire.
Come il negromante della leggenda, mai usciva dal castello e quindi aumentava per questo isolamento misterioso l'ammirazione degli uomini, tanto più che il danaro abbondante che traeva dall'arte sua andava bene spesso a beneficare persone ed istituzioni, era largito per opere di utilità pubblica. Chi bussava alla sua porta o sofferente di salute o bisognoso di soccorso non era respinto, e questa sua generosità aveva aggiunto alla fama di taumaturgo il nome di benefattore.
Chi ora lo possiede, il Conte Mario Venturoli Mattei ha, lasciando intatta la primitiva costruzione, adornato le sale di mobili, ha arricchito le camere di oggetti artistici, sì che è oggi interessante visitare la rocchetta, che par che inviti a sè con il suo sfavillio di colori.
Tra i fiumi Reno e Limentra, sulla sponda sinistra del Limentra, poco prima che questo si getti nel Reno e prima del ponte che lo attraversa, sorge la Rocchetta Mattei.
Il luogo in cui sorge questa rocca moderna era un tempo occupato da un altro castello, quello di Savignano, detto Savignano Lungoreno. Il suo nome ricorre spesso nei documenti storici: viene menzionato all'epoca del Barbarossa, se ne parla nel secolo successivo, durante il regno di Ottone IV di Brunswick, e compare più volte anche in seguito.
Secondo lo storico Palmieri, il Limentra segnava il confine tra Vimignano, ai piedi del Montovolo, e Savignano, sulla riva sinistra del fiume: il primo era il limite estremo dei territori dell'esarcato di Ravenna, il secondo l'avamposto più settentrionale dei possedimenti del marchesato di Toscana. Era quindi un punto strategico, soprattutto durante il conflitto tra papi e imperatori per l'eredità dei beni della contessa Matilde.
Per questo motivo il possesso del castello venne affidato ai signori Alberti, vassalli dell'Impero. Gli imperatori di Germania, eredi dell'immenso complesso di terre appartenuto prima ai Longobardi e poi ai Franchi, tenevano molto a preservarlo dalle influenze latine e cercavano di espandersi come conquistatori a danno dei conquistati, cioè dei Romani.
Terminate le lotte per le investiture e placatosi il conflitto per i beni della potente contessa, Savignano perse quasi del tutto la sua importanza: dopo il 1303 non se ne ha più notizia, avendo ormai esaurito la sua funzione.
Sulle rovine dell'antico e celebre castello sorse, per volontà del conte Cesare Mattei, la rocchetta attuale, la cui costruzione iniziò nel 1851. Pare che il conte, che praticava una disciplina con cui prometteva la guarigione e che aveva battezzato «elettromeopatia», volesse circondarsi di mistero per colpire ancora di più l'immaginazione dei numerosissimi visitatori stranieri che giungevano da lui dall'Inghilterra, dalla Germania e dall'America in cerca di quella salute che avevano perduto e speravano di riconquistare.
Descrivere questo edificio, che unisce stili diversi ed è un insieme di architetture contrastanti, richiederebbe troppo spazio: dobbiamo accontentarci di una visione rapida e sommaria. Torri che si ergono tra le rocce, cupole che brillano in lontananza, mura merlate con archi e finestre ricche di decorazioni raffinatissime, bianche e nere; un ingresso a ferro di cavallo racchiuso in una cornice quadrata, tutto ornato di fregi, che attraverso un androne conduce a un cortile su cui si affacciano altre finestre ad arco, qua e là nascoste dall'edera, con arabeschi di vari colori ben accostati, gradevoli allo sguardo: ecco ciò che si presenta a chi si avvicina ed entra in questo misterioso rifugio.
Ma è soprattutto il primo piano a risultare interessante e insolito: stanze e sale disposte l'una dopo l'altra, con ingressi sorretti da colonne sottili su cui poggiano archi a ferro di cavallo o a chiglia di nave, ornati di fregi. Una sala è bianca con arabeschi su fondo giallo-oro, un'altra è violetta, altre ancora hanno colori diversi, e tutte portano nomi suggestivi. Frequenti sono le alcove, immerse in una luce calma e delicata. Le pareti mostrano ora i paesaggi che si possono ammirare dalla rocca, ora una varietà di fregi: cubi combinati in mille modi, strisce, prismi, linee oblique, dritte o curve, rosse, gialle, verdi, azzurre, bianche e nere.
E poi ci sono stanze di forme diverse, circondate da logge, con volte a stalattiti multicolori; cortili che imitano quelli dell'Alhambra, con colonne sottili e fontane; angoli misteriosi, scale nascoste, ponti levatoi e torrette. Tutto è avvolto da una luce placida che riposa gli occhi e l'animo, che invita a una pace benefica e sembra allontanare dall'agitazione del mondo.
In questo luogo il conte-medico accoglieva la sua clientela venuta da lontano, che proprio davanti alla rocca, nelle sale insolite e nei cortili silenziosi, trovava quell'effetto benefico sui nervi che rientrava nei suoi metodi di cura. Da qui la sua fama si diffondeva per il mondo, facendo crescere sempre più il numero dei visitatori desiderosi di guarire.
Come il mago delle leggende, non usciva mai dal castello, e questo isolamento misterioso accresceva l'ammirazione della gente. Tanto più che il denaro, che ricavava in abbondanza dalla sua attività , andava spesso a beneficio di persone e istituzioni ed era destinato a opere di pubblica utilità . Chiunque bussasse alla sua porta, malato o bisognoso di aiuto, non veniva respinto: questa generosità aveva aggiunto alla sua fama di taumaturgo anche quella di benefattore.